Wrongonyou

Ciao, ti ringraziamo per il tempo che ci stai dedicando rispondendo ai nostri quesiti. Come prima domanda vorremo chiederti “Come mai la scelta di questo nome”?

Volevo trovare un nome indiretto che cambiasse verso, non senso, a seconda di chi lo dice: “wrongonyou” vuol dire “ti sta male” ma anche “mi sono sbagliato su di te” in slang americano. Da piccolo sono stato vittima di bullismo e spesso mi veniva detto che qualsiasi cosa indossassi mi stava male. Mi facevano sentire sbagliato, perciò ho voluto prendere forza da tutte le prese in giro del passato, ma più che altro mi piaceva anche giocare su questo “doppio verso” dove chi dice “wrongonyou” può sbagliarsi non conoscendo l’altro. Le apparenze molto spesso sono fallaci.

In relazione a ciò che ci hai appena raccontato sul tuo passato da vittima di bullismo, ritieni che nel tuo caso la frase “la musica salva le persone” caschi a pennello?

Direi di si. Oltre a salvarti, la musica può darti una possibilità di rivalsa e rivincita. A volte mi fa sorridere pensare al fatto che persone che anni addietro mi schernivano ora sono miei fan e mi chiedono le foto. La musica mi ha salvato la vita anche durante il lockdown, mi ha aiutato parecchio a superare i momenti difficili di questo ultimo anno e mezzo.

Il lockdown come lo hai vissuto dal punto di vista artistico?

Il lockdown, come magari è successo a tante altre persone, mi ha dato la possibilità di fermarmi un attimo a riflettere e rendermi conto che avevo qualcosa da sistemare nella mia vita. La musica mi ha aiutato in questo percorso terapeutico e da qui è nato il nuovo disco, un po’ più per necessità che per lavoro. L’ album si intitola “Sono io” e parla proprio di me, dove io mi metto a nudo e allo stesso tempo mi metto pure in dubbio per vedere un po’ che aria tira. Quindi il lockdown l’ho vissuto abbastanza bene dato che, fortunatamente, mi è “partita la penna” e ho sfogato tutte le mie ansietta sulla musica. L’ album è nato proprio dalla necessità di mettermi in dubbio e mettermi in discussione. Questo mettermi in gioco mi ha portato al trovarmi cosi a mio agio nel parlare di me stesso nelle canzoni. La title track dell’ album “Sono io” è l’ unico brano che era stato scritto prima del lockdown ma non lo avevo ancora pubblicato perché mi sono reso conto che non ero ancora pronto a cantarla proprio perché parte di me non era ancora in grado di essere sincero e aprirsi tanto nei testi. Durante il lockdown questo invece è successo e sono contento che anche il pubblico abbia apprezzato. Spesso ricevo messaggi di stima dove mi si scrivono: “ mi sono ritrovato in questa canzone”, “sembra che parli di me”. Nel contesto del lockdown ho dovuto ricercare e ritrovare quel senso di spontaneità che tanto invidiamo ai bambini e che ci fa abbandonare quel senso di pudore che spesso frena il nostro essere cristallini.

Lockdown e covid sono legati da un filo comune. Hanno portato a uno stravolgimento di ciò che solitamente è stato norma in passato. Anche Sanremo ha subito dei cambiamenti. Volevamo chiederti come è stato vivere un’esperienza importante come quella dell’ Ariston senza la presenza di un pubblico.

Il Festival di Sanremo, anche senza pubblico, è stata comunque un’esperienza molto importante. A parte il fatto che ero talmente concentrato, in primis, a non cadere dalle scale, con il mio 47 di piede e gli scalini troppo piccoli per me e che fare una “lezione di volo” con la chitarra in mano non sarebbe stata una bella cosa davanti a milioni di persone che mi guardavano! Ero talmente concentrato nel fare tutto bene che del pubblico che non c’era non me n’ero quasi accorto.

Comunque non è vero che non c’era proprio nessuno, la prima serata che ho suonato io c’erano i palloncini che riempivano la sala…!!

In “Sono io” alla traccia numero 3 troviamo “ Vertigini”, dove un passaggio testuale cita: “cosa servirà nuotare se hai paura di affogare” . Ti va di dirci qualcosa in più e se qualche volta hai provato questa sensazioni?

Il senso di quella frase è “Lascio perdere perché non mi sento in grado di affrontare quella determinata cosa”. Spesso ci riempiamo di elucubrazioni mentali e ci auto-sabotiamo. Questa frase, e più in generale l’intero cd, rappresentano cosa vuol dire sconfiggere la paura di sentirsi liberi. Questa sensazione capita più volte in diversi contest: partite di basket, partite di calcetto, andare in tour e lo stesso andare è a Sanremo, poi prendendo un’altra citazione del disco che è “contare fino a dieci in automatico prima che mi perda ancora” mi sono imposto di riflettere prima di agire e cercare la giusta strada per affrontare le mie stesse paure.

Contando fino a dieci alla fine a Sanremo ci sei andato e la tua “lezioni di volo” si è aggiudicata il premio “Mia Martini”. Hai qualche consiglio da dare a chi vorrebbe intraprendere il tuo stesso percorso? Ci sono delle “lezioni di volo” che ti senti di dare?

Sentitevi liberi a livello artistico e a livello umano. La libertà mentale di fare quello che si ama, in questo periodo storico dove fisicamente non siamo liberi, è la cosa più fondamentale che ci sia. Siate e sentitevi liberi!

Per concludere questa nostra chiacchierata insieme, oltre a rinnovarti i nostri saluti, volevamo invitarti a mandare un messaggio a chi pensi sia opportuno mandarlo.

Ringrazio di cuore Marco Zitelli, ovvero me, per aver scritto quella canzone che mi ha aiutato a realizzare il sogno di vincere il premio della critica perché, ad essere sincero, il mio obbiettivo principale a Sanremo era proprio quello. Un saluto va a mio nonno Bruno che non c’è più. Mi è dispiaciuto che non abbia potuto vivere questo Sanremo assieme a me, ma sono sicuro che in qualche modo se lo è guardato. Un saluto doveroso va alla mia famiglia e a tutte quelle persone che mi seguono da anni, anche in tempi non sospetti. A presto!

Intervista a cura di Jean Denis Marchiori!