LUPO, CICATRICI-CEROTTI E’ UN OSSIMORO PROFONDO E VI SPIEGO PERCHE’… – INTERVISTA ESCLUSIVA

Lupo

Benvenuto Lupo a questa nostra chiacchierata insieme, iniziamo dal facile ma non troppo, come stai? Tutto bene, sto provando belle emozioni rispetto all’uscita di Cerotti. Un progetto che ha visto un maggior impegno che, però, sta dando belle soddisfazioni.   E’ uscito il 20 febbraio il tuo primo disco CEROTTI, anticipato dal singolo CICATRICI. Ti chiedo di raccontarci meglio queste metafore e quanto sia possibile guarire da una cicatrice, applicando un cerotto, ai tempi di oggi dal momento che i giovani hanno più ferite dell’anima che fisiche? Cicatrici-Cerotti è un po’ un ossimoro perché in fondo, le cicatrici sono lì perché dovremmo essere già guariti. Probabilmente è vero, le cicatrici dell’anima sono oggi un tema profondo. Le mie canzoni sono un palliativo per una ferita, un’insicurezza, qualcosa che ci disturba o ci resta addosso. Non credo siano già una cura ma se lo diventano per chi mi ascolta sono contento. Cerotti vuole rappresentare al meglio la maturità musicale e umana raggiunta.   Nelle canzoni dell’album c’è il racconto di una fragilità condivisa e non nascosta. Credi che la Gen Z sia più disposta ad analizzarsi e di conseguenza, a parlare delle proprie problematiche rispetto alle generazioni passate? Sicuramente la Gen Z è molto sensibile e incline al dialogo in misura maggiore rispetto ai nostri genitori e nonni. Bisogna, però, sempre vedere fino a dove può arrivare questa tendenza al confronto. Una buona base c’è e riguarda sensibilità ed empatia verso sé stessi e gli altri.     Artisticamente quali sono i tuoi riferimenti e con chi ti piacerebbe collaborare? Io ascolto molto pop/ rap italiano. Anche la trap, quella che si è evoluta nel corso del tempo soprattutto per quanto riguarda la scrittura. Ti posso citare 18k, Bnkr44 e andando indietro Daniele Silvestri. Mi piace però farmi influenzare anche dai generi e dagli artisti che ascoltano le persone che lavorano con me. Un duetto alla Sanremo? Mi piacerebbe farlo con Tredici Pietro che saprebbe anche consigliarmi, dato che ci è appena passato.   La tua musica ha spesso incrociato il mondo del cinema. Se dovessi scegliere un film per farci capire il mondo di Cerotti e l’attore in cui ti identifichi. Chi sceglieresti? Non saprei dirti un titolo di un film ma sicuramente mi piace molto il regista Ken Loach: penso che racconterebbe bene l’atmosfera di Cerotti. Come protagonista sceglierei Valerio Mastandrea.   Intervista a cura di Alessandra De Vincenzo!

HAT MUSIC, DALLE ORIGINI AGLI INVESTIMENTI DI MERK & KREMONT, PARLA IL FONDATORE EMANUELE SANFELICI!

Emanuele Sanfelici

Che cos’è Hat Music, l’app pensata per l’industria della musica, che ha attirato gli investimenti del duo di dj italiano di fama internazionale Merk &  Kremont. L’abbiamo chiesto al fondatore, ecco cosa ci ha raccontato. Ciao Emanuele, ti chiedo subito che cosa significa HAT? Significa cappello in inglese. Il motivo di questo è perché il cappello è quell’elemento che nell’outfit non è essenziale, ma quando c’è fa la differenza. Noi vogliamo essere quella cosa lì, per l’artista in particolare.   Com’è nata l’idea di business? Sei un appassionato di musica o di tecnologia? Di entrambe. Ho sempre fatto musica fin da quando ero piccolo, ho suonato il pianoforte, la tromba, la chitarra, ho anche suonato in diverse band e ho fatto pure il dj per un certo periodo. Sono sempre stato a contatto con l’industria e con chi facesse musica e di conseguenza ho potuto vedere anche i problemi dell’industria musicale.   Qual è il problema più diffuso? La difficoltà nel riuscire a trovare le persone giuste per creare il proprio team. Dietro una canzone non c’è solo l’artista che vediamo, ci sono almeno una decina di persone che ci lavorano. Quando mi sono reso conto di questa difficoltà, ho provato a risolverla in maniera molto manuale, connettendo io le persone e vedevo che la cosa funzionava. Da lì poi è nata l’idea di creare un prodotto tecnologico per rendere più efficiente il processo, una piattaforma che consente alle due parti di trovarsi reciprocamente.   Hai notato un’asimmetria fra la domanda e l’offerta? Tra artisti e professionisti della musica? I professionisti chiaramente sono meno, nel senso che un professionista può arrivare a servire anche dieci artisti contemporaneamente, ma c’è una forte ricerca da parte loro di nuovi talenti e sanno che si possono nascondere nella massa.   Quale sarebbe il valore aggiunto dell’applicazione rispetto, ad esempio, ad altre piattaforme social? I social sono dispersivi, trovi di tutto, non ci sono dei filtri di ricerca, che permettono di targettizzare la tipologia di artista o di professionista. Su Hat Music invece trovi solo persone che lavorano nel mondo musicale. Poi abbiamo sviluppato un sistema di AI che abbina le persone; quindi, non solo hai a disposizione tutta questa serie di contatti, ma tramite una chatbot ti consigliamo quello che è più giusto per te.   Rispetto a quando siete partiti, c’è stata una crescita significativa? Assolutamente sì, noi siamo partiti a gennaio 2025 e il prodotto è andato live ad aprile. Da quel momento sono iniziati ad arrivare i primi utenti e stiamo continuamente crescendo giorno dopo giorno, ad oggi siamo a 10.000 utenti, quindi è un grandissimo risultato, soprattutto perché questi utenti sono anche contenti. Ci sono decine di chiamate tutti i giorni che avvengono all’interno dell’applicazione e 9 su 10 hanno una recensione a 5 stelle.   Questo significa che il mercato non funziona così bene allora Infatti, noi stiamo proprio creando questo per efficientare tutto quello che succede all’interno dell’industria discografica e per permettere quindi ad un artista di arrivare poi a un contratto con una label con un team che si è scelto. Ad oggi quello che è sempre successo è che l’artista viene scelto per lavorare con un team, Hat invece permette all’artista di scegliere con chi lavorare.   È uno strumento che può essere utile anche alle aziende? Si! Grazie a tutti i dati che stiamo raccogliendo, proprio in termini di account che abbiamo nell’applicazione, noi riusciremo, parlo un po’ al futuro perché questa cosa ad oggi non c’è, ad aiutare le aziende nel loro lavoro. Le case discografiche continuano a riscontrare questo problema, cioè loro hanno un proprio network di professionisti, però uno magari non è disponibile, uno è già staffato su un altro progetto e quindi devono trovare dei professionisti freelance per pochi mesi per lavorare su un certo progetto. Grazie ad Hat Music tramite un canale fatto ad hoc, gli permetteremo di fare hiring direttamente sull’app.   Ci sono stati dei casi di successo di artisti che sono diventati famosi? Si, abbiamo avuto due utenti che sono passati dalla nostra app e poi ce li siamo trovati uno a Sanremo Giovani di quest’anno, Amsi e l’altra invece, Mezzanera, è quella ragazza che ha vinto il contest di Milano Music Week 2025 e che adesso avrà un contatto discografico con Warner. Avevamo notato questi due, tra migliaia di utenti, perché erano tra quelli più attivi. Ovviamente non è che se non fossero passati da noi non avrebbero raggiunto quei risultati, però hanno usato anche Hat Music nel loro percorso, quindi, significa che gli è stato utile.   Guardando in avanti, ti sei fatto un’idea su quale potrebbe essere l’impatto dell’IA sul mercato in termini di profittabilità per gli artisti e quindi per voi? Secondo me è abbastanza chiara la direzione, nel senso che diventerà sempre più facile fare musica e ci saranno molte più tracce che verranno pubblicate. Questo è proprio un dato di fatto. Oggi vengono pubblicate 180.000 tracce al giorno su Spotify, Daniel Eck, il fondatore di Spotify, dice che entro il 2030 arriveremo a un milione di tracce al giorno. Ci sarà quindi ancora più gente che farà musica e si lancerà e per il nostro prodotto è un bene, perché vuol dire più artisti. Poi nasceranno tanti tool AI per creare musica che sicuramente cambieranno il modo di comporre, di conseguenza, per utilizzare questi tool gli artisti avranno bisogno di nuovi esperti; quindi, si creerà tutta una nuova dinamica di lavoro. Le persone però rimarranno centrali.   A cura di Giuditta Cignitti!

TELLY NONPIANGERE, ANALIZZARE LA SOLITUDINE! – INTERVISTA ESCLUSIVA

Tellynonpiangere

Ciao Telly, iniziamo la nostra chiacchierata con una domanda semplice ma mai banale: come stai? Ciao a tutti, cerco di stare!   Come mai hai scelto di chiamare il tuo nuovo singolo in quel modo? Penso sia uno stato d’animo in cui tutti quanti ci possiamo rivedere. Credo che la solitudine sia un sentimento che spesso proviamo anche in mezzo alle persone. Per me è importante ragionare su come ci possiamo sentire. La solitudine, allo stesso tempo, ci da la speranza che ci vuole far forza anche da soli di andare avanti.   Cos’è per te la solitudine? Secondo me la solitudine è un buon allenamento, può essere una cosa che può fare molto bene se si impara a rimanere bene anche da soli con se stessi. Nonostante si pensi sempre che sia un sentimento negativo, se si prende con un buon dosaggio, è una bella cosa che può diventare utile nella nostra vita.   Secondo te è vero il detto dove si dice che “ci possiamo trovare soli anche in mezzo alle persone”? Penso sia verissimo, riguarda tutti quanti. Credo sia importante ragionare su come ci possiamo sentire. La solitudine, allo stesso tempo, ci da la speranza che ci vuole far forza anche da soli di andare avanti.   Cosa rappresenta la copertina del singolo? Nella copertina sono nel momento più intimo della giornata, sono a letto ed ho quella palla dei ricordi felici, ricordi che metto sempre nel cassetto e tiro fuori nei momenti più opportuni. Quando si è soli si pensa e ci facciamo le domande, a letto penso che siamo nel momento in cui si è più a nudo. Credo che quando sei solo con te stesso non menti mai.   Telly che cos’è per te la musica? Per me la musica è tutto, a lei non riuscirò mai a mentire perché è il mio sfogo, è il mezzo che uso per comunicare agli altri quello che provo, è il modo con cui esterno la mia parte più intima. Con lei sono libero, sono trasparente come lo posso essere solo a letto nei miei pensieri.   Nonostante la tua giovane età hai già una carriera musicale di tutto rispetto, quale consiglio ti sentiresti di dare a coloro che si stanno avvicinando solo adesso a questo mondo? Non vorrei essere banale, ma un consiglio che mi sento di dare è quello di crederci sempre. Credo sia importante nella nostra vita cercare persone che facciano anche loro questa vita. La musica può aiutare a creare un gruppo. Quindi ripeto: il mio consiglio è di crederci e di frequentare chi vuole far questo nella propria vita.   L’esperienza di X-Factor cosa ti ha lasciato dentro di te? La rifaresti? Ad essere sincero, non la rifarei perché credo sia una cosa che si fa una sola volta nella vita. Questa esperienza mi ha lasciato bellissimi rapporti con i ragazzi che ho conosciuto. Credo di aver imparato molto da coloro che lavoravano dentro, penso mi abbia arricchito molto anche a livello umano.   Noi di Exclusive Magazine ti ringraziamo veramente per la bellissima chiacchierata. Ti chiediamo di salutare chi ti ha dato una mano in questo bellissimo progetto. Vi ringrazio a tutti quanti voi, vorrei ringraziare tutti coloro che mi hanno dato una mano: dalla mia famiglia, ai miei amici, al mio team ed a tutti quelli che mi hanno dato belle vibes. Grazie a voi! A cura di Perseo Gatti!

FUDASCA, VI SPIEGO COME NASCE LA COLLABORAZIONE CON KETAMA126 E SIDE BABY! – INTERVISTA ESCLUSIVA

Fudasca

“Infami” sembra un grido collettivo: è più uno sfogo o una presa di coscienza? È entrambe le cose: è la voglia di mettere sul piatto la rabbia e la consapevolezza di quello che abbiamo intorno, di ciò che vediamo e di cui siamo, volenti o nolenti, attori protagonisti. Hai citato “L’Odio”: che tipo di rabbia ti interessa raccontare oggi? La rabbia scaturita dall’essere invisibili e abbandonati a se stessi; la sensazione di essere costantemente sostituibili in ogni ambito e relazione. Ci si sente trascurati dalle istituzioni e dalle autorità, ma allo stesso tempo costantemente osservati e puniti da queste, mai protetti. Tutto ciò porta alla necessità di doversela cavare da soli, in tutti i modi possibili. Così facendo, però, si indeboliscono i rapporti umani, alimentando un senso di instabilità e rabbia, proprio come nel film L’Odio, che trovo ancora tragicamente attuale. Ketama126 e Side Baby: come hai scelto loro per questo brano? Perché riescono a imprimere bene quello che si vive a Roma e a trasmettere, in senso più ampio, la crudità che volevamo far passare. Scrivono entrambi in modo diretto e vero; inoltre siamo tutti di Roma, viviamo situazioni simili e ci è sembrato giusto unirci anche per rappresentare al meglio la Capitale. Lo-fi e hip-hop crudo: come trovi l’equilibrio tra due mondi così diversi? Perché entrambi, alle radici, hanno “l’essenza”. Sono generi diretti, seppur per motivi diversi: il lo-fi lo è nelle sonorità, l’hip-hop nei temi.  In che modo Roma ha influenzato la struttura e il mood del pezzo? In tutto: dallo speech iniziale al piano “eterno”, dalla drum essenziale al modo di rapparci sopra. Roma rappresenta la traccia e la traccia rappresenta Roma. Credo che ascoltandola si possano quasi sentire i sanpietrini sotto i piedi, vedere un vicolo o un tramonto, ma anche percepire lo smog e il Tevere che scorre, bellissimo ma spietato. Funzionano insieme perché entrambi incarnano bellezza e inquietudine. Cosa ti fa decidere che una storia merita un “tappeto sonoro”? Lo decido quando sento il “colpo nello stomaco”, quando avverto che le sole parole non bastano a esprimere appieno le sensazioni che un determinato argomento provoca. Nel sistema che descrivi, il producer che ruolo gioca: testimone o artefice? Forse si avvicina più al testimone, ma inteso come un “giornalista di guerra”. Penso che per esprimere certe cose a fondo si debba averle vissute o toccate con mano. Se non sei l’artefice dei fatti, devi almeno esserne stato testimone oculare sulla tua pelle per poterli trasportare su carta o in musica. Cosa deve avere un brano per restare sincero e non diventare solo estetica? Deve avere meno filtri possibile, nel bene e nel male. Deve risvegliare nelle persone quella verità che ognuno di noi ha dentro, ma che ogni giorno decidiamo di edulcorare. Come nei film, quando un brano ti tocca, ti rappresenta o addirittura ti infastidisce perché mette a nudo qualcosa che fa parte di te o che non vorresti vedere, ecco: lì significa che siamo nell’orbita della sincerità.

BEATRICE QUINTA, L’INTIMITA’ DIVENTA STRATEGIA CON AMORE BUSINESS! – INTERVISTA ESCLUSIVA

Beatrice Quinta

In “Amore Business” l’intimità diventa strategia: quando hai capito che anche i sentimenti possono funzionare come un contratto non dichiarato? L’ho sempre saputo, solo che a un certo punto mi sono chiesta se avesse senso giocare. L’amore dovrebbe essere un posto sicuro, non una scacchiera in cui ognuno pensa di poter fare scacco.     Il brano gioca tra ironia e controllo: quanto è difficile mostrarsi vulnerabile senza perdere potere, soprattutto in una relazione? Per me la vulnerabilità non è perdita di potere, anzi. Reputo chi ha il coraggio di mostrarsi molto più forte ed emotivamente strutturato di chi deve fingere 24 ore su 24 di essere imperturbabile.     Questa nuova fase più glamour e sofisticata sembra molto consapevole: cosa hai deciso di lasciare indietro per arrivare fin qui? Non ho lasciato niente indietro, ho solo acquisito nuove esperienze che mi hanno resa molto più sicura di me. Soprattutto gli errori che ho commesso in questi anni mi hanno insegnato tanto, sono stati fondamentali.     Dopo esperienze come Sanremo Giovani, X Factor e “Devota”, senti di aver finalmente trovato il tuo centro o è ancora in movimento? Io sarò per sempre in movimento, è la mia natura. Non voglio trovare un centro.     In “Amore Business” l’amore non è tragedia ma negoziazione: è una disillusione o una forma più adulta di romanticismo? Non c’è niente di romantico nel cinismo relazionale di cui parlo. È una descrizione abbastanza accurata di un sentimento che hanno provato tutti almeno una volta nella vita.     Ti definisci una diva contemporanea che non si prende troppo sul serio: quanto è rivoluzionario, oggi, prendersi sul serio solo quando serve? Ho un’avversione nei confronti di chi si prende troppo sul serio. Non mi fido di chi non riesce ad essere autoironico.   Intervista a cura di Eva Berretta!

CENERI, IL NUOVO EP TRA EMOZIONI ED ESPERIENZE! – INTERVISTA ESCLUSIVA

Ceneri

A novembre è uscito il suo ultimo EP “come ortiche nel cemento”, un lavoro che esplora il rapporto che Ceneri, friulana classe 2000, ha con la città, ma anche con la natura. Passare da un paesino in provincia di Pordenone a una metropoli come Milano è il destino di tanti giovani talenti che inseguono un sogno. Nella nostra intevista Ceneri ci ha parlato di Milano e dell’amore per la fotografia, della competizione che c’è nella scena, ma anche di Chiello e Sanremo e vita lenta.   Per rompere il ghiaccio, ci spieghi come nasce il tuo nome d’arte? In realtà è molto più semplice di quello che sembra, perché è il mio nome più la prima lettera del cognome, letto al contrario. Mi chiamo Irene Ciol, quindi Irene C, Ceneri   Quindi la cenere non c’entra in niente? Relativamente, prima è nato così, poi comunque mi piaceva l’immaginario della cenere come simbolo e ho deciso di tenerlo.   Il tuo ultimo EP si intitola “come ortiche nel cemento”, perché hai scelto proprio questa pianta e non un fiore ad esempio? Volevo dare questo immaginario di unione tra l’urbano e la natura, che comunque è una delle tematiche principali dell’EP. Ho scelto le ortiche perché è uno dei titoli delle canzoni e poi sono una cosa che associo molto al posto in cui vengo. Quando giocavo da bambina ne trovavo sempre un po’ in giro.   In “ortiche” dici “Che cosa ci faccio in un posto che non ha bisogno di me?” riferendoti a Milano. Però, pensandoci, nella città tutti e nessuno sono indispensabili, è una tua sensazione? Io vengo dalla campagna, non sono a Milano da molto tempo, mi sto ancora un po’ abituando alla città. Però vedo che è veramente frenetica, caotica e a volte ti senti quasi un po’ sopraffatto.  Alla fine, c’è tanta gente che fa quello che faccio io, magari c’è anche gente più brava di me, ti fa sentire sempre un po’ questo senso di inadeguatezza la città.   Per te la musica arriva dopo altre arti, so che ti interessi di fotografia e di immagini in generale, ti è mai capitato di immaginare una canzone a partire da una foto o al contrario fare delle foto partendo dalle canzoni? Sì, mi capita molto spesso la prima cosa, cioè, partire dalle immagini e poi da lì scrivere la canzone. Lo faccio molto spesso perché mi aiuta a visualizzare prima le cose che vorrei dire e anche nella mia scrittura penso che esca un po’ fuori questa cosa. Mi piace molto avere una scrittura visuale.   Invece sempre parlando di ispirazione, quanto influisce il contesto, quindi la città e la campagna sulla composizione? La città ti offre tantissimi stimoli, invece la campagna ti costringe a trovarli da solo dentro di te. È un ambiente molto più monotono, ma non in senso negativo. Da una parte sei costantemente iper-stimolato, mentre dall’altra devi fare più un lavoro interno, cambia in questo senso, nel fatto di cercare le cose fuori o dentro di te.   A Milano ti senti davvero “Dentro un’aria di plastica” come canti in “due lune”? Il cambiamento da campagna a città è una cosa che si sente anche nei polmoni effettivamente. Da un momento all’altro ti trovi catapultato in qualcosa di completamente diverso. Una cosa che sento molto è il fatto che non trovo mai un momento di silenzio, non c’è mai un momento in cui tutto si ferma e si riposa un po’. A volte le cose sembrano quasi sforzate, un po’ finte. C’è bisogno di tornare alle cose più semplici per ricalibrarsi.   Pensi che possa creare degli squilibri questa frenesia? Viviamo in una società in cui se non produci non sei abbastanza come persona; quindi, viviamo in una costante fretta di fare le cose in competizione gli uni con gli altri. Questo lo sento molto anche tra i miei amici e vedo che più sei in città più questa cosa aumenta, invece più sei fuori dal mondo, più riesci a staccarti da questa cosa e riconnetterti a una vita un po’ più lenta.   Senti questa competizione anche nell’ambiente musicale? Mi sono trasferita a Milano perché per fare musica devi venire per forza qua, se non vuoi farti delle sfacchinate in treno ogni settimana, che è abbastanza faticoso. Il fatto di essere tutti qua, secondo me è una cosa positiva, però spesso diventa una cosa malsana. Avere tanti creativi vicini dovrebbe aiutarci a stimolarci a vicenda, confrontarci, invece spesso viene fuori l’elemento contrario, cioè la competizione. C’è molta paura che l’altro ti possa rubare il posto, possa fare una roba prima di te, possa essere meglio di te e ci si dimentica che alla fine siamo tutti qui per fare arte.   Personalmente ti ho conosciuto grazie alla collaborazione con Chiello, ci racconti come è nata? È nata in maniera veramente spontanea e inaspettata, io non ero neanche in studio quando è successo. La canzone l’avevo già scritta tutta, esattamente così come è uscita. L’avevo anche già registrata, era pronta la demo, poi un giorno lui è andato in studio dal mio produttore che gliel’ha fatta sentire, così per fargli ascoltare un po’ di roba nuova e lui se n’è innamorato. Ha voluto cantare la seconda strofa ed è nato così il pezzo.   A febbraio, tra l’altro, lo vedremo al festival di Sanremo, è un percorso che prendi in considerazione per il futuro? Ma sì, è una coronazione di un bel momento Sanremo. È sempre stato importante nella musica italiana e anche nella cultura italiana proprio, quindi assolutamente sì. A cura di Giuditta Cignitti!

SANO, VI PRESENTO IL MIO NUOVO ALBUM! – INTERVISTA ESCLUSIVA

Sano

“Ciao Riccardo, buongiorno e benvenuto a questa chiacchierata con Exclusive Magazine. Parto subito: se ti dico Opopomoz, che mi rispondi?” Sano: “Guarda, la parola è rubata appunto dall’omonimo film d’animazione del maestro Enzo D’Alò in cui era una parola magica che i diavoletti provavano a instillare a questo bambino e gli permetteva poi di entrare nel presepe. C’era tutto questo parallelismo di trasformazione sia di ambienti che di intenzioni, in parte. E quindi io poi l’ho resa mia per questo progetto qua che apparentemente, almeno da fuori, a quanto pare sembra che sia una svolta più pop di quello che facevo prima, quando in realtà secondo me non lo è. Però mi diverte che da fuori possa sembrare così, e quindi questa è un po’ la… il significato che ha.”  “Sì, perché il tuo album è un album molto variegato. Hai attraversato vari stili musicali, varie tipologie di linguaggio, quindi è un album molto, molto particolare.” Sano: “Grazie. Sì, sì, diciamo ci ho tenuto a fare questa cosa perché mi sono reso conto che effettivamente, essendo un disco d’esordio, aveva senso non precludersi nessuna possibilità, o meglio, non escludere nessuna sfaccettatura che mi appartiene. Quindi effettivamente io sono due o tre cose contemporaneamente, ma come in realtà lo siamo tutti quanti. E quindi aveva senso fare questo piccolo showcase in cui facevo quello che mi sentivo. E quello che mi sentivo, in dieci canzoni, sono tre canzoni in un modo, cinque in un altro e altre due in un altro modo ancora.”  “Qual è il brano che ti rappresenta di più?” Sano: “A me Tru piace molto per come è scritta, anche Privilegio stupendo. Diciamo queste due forse sono quelle a cui sono un po’ più legato per la scrittura e per l’idea che avevo e come sono riuscito a realizzarle insieme anche a Marco Drast e Rainer Monaco.” Segue un tour? Sano: “Sì, in realtà è iniziato proprio a dicembre Le tappe?” Sano: “Milano ed Empoli una dopo l’altra, poi Roma, Catania, Napoli, Potenza e poi altre forse che si aggiungeranno, insomma.” “Quella che più ti allieta come data? Ce n’è qualcuna in particolare?” Sano: “Quella che più mi allieta… forse Roma o Milano.” Chi è Sano?” Sano:  È un progetto che collima poi con la persona che sono io. Non sono al cento per cento io, ma non è nemmeno una cosa troppo costruita. È questa mia estensione, diciamo, che si diverte a fare l’artista. Sano: “hai ascoltato il mio album, Che ne pensi?”  “È un buon album, molto misto, variegato, ci sono varie sonorità. Sano: La traccia che ti è piaciuta di meno qual è?”  “La traccia che mi è piaciuta di meno… forse non lo so. Quella che meno credo che ti rappresenti nell’album forse è Azzurri azzurrissimi, sì. Perché non lo so, non l’ho vista tua propria, nel senso, in base all’album… cioè ho sentito quella prima traccia e ho pensato a una tipologia di album. Poi dopo l’ho sentito, perché l’ho sentito varie volte, e ho capito invece che era un altro album molto più urban, molto più da strada, con suoni molto più particolari, con parole molto più particolari e ricercate. Quindi è più una canzone, diciamo, più classica. Ecco.” Sano: “Ottimo, ottimo. No, mi interessava, per questo ti ho chiesto.” Grazie per questa bella chiacchierata, ti chieso un saluto agli amici di Exclusive Magazine.” Sano: “Ciao ragazzi di Exclusive Magazine, redazione e fruitori, abbonati e follower.” A cura di Antonio Borzacchiello!

OCCHI, LE MIE EMOZIONI TRA SANREMO E LA NUOVA MUSICA – INTERVISTA ESCLUSIVA

Occhi Sanremo

Ciao! Allora, buona sera e benvenuto a questa chiacchierata. Innanzitutto, come va? Occhi: molto bene. Un bel periodo, diciamo. Ok, parto subito con il domandone: se ti dico “Sanremo”? Se ti dico Sanremo, cosa ti fa pensare questa parola? Occhi: Allora, sicuramente vuol dire un sacco per me, anche perché per il peso che ha Sanremo ad oggi in Italia è un po’ quella cosa che viene percepita forse come l’Hollywood per gli attori, se una persona fa musica. Quindi diciamo che Sanremo per me è sempre stato un grande sogno. Ovviamente sarebbe un sogno un giorno poter far parte dei “big” in gara, però già oggi è un sogno che si realizza quello di poter essere tra i 24 che porteranno la propria canzone sul palco di Sanremo Giovani; sicuramente è una cosa che è arrivata anche molto presto, perché comunque ho ancora solo 21 anni, e quindi per me questa qua è una grandissima soddisfazione. Una risposta perfetta che richiama una domanda sulle emozioni, quali contrastanti e quali desideri particolari per quanto riguarda Sanremo? Occhi: No, guarda, in realtà sono abbastanza tranquillo. Nel senso, me la vivo abbastanza bene, cerco di prepararmi al meglio perché è una cosa che mi toglie un sacco di ansia e poi dopo semplicemente non vedo l’ora di andare lì e portare quello per cui abbiamo lavorato in tanti per tanto tempo e con tanto impegno su un palco così importante. Intervistatore: Cosa rappresenta per te il brano che porti lì a Sanremo? Occhi: Allora, secondo me è sicuramente una scelta coraggiosa perché, diciamo che non è un brano “da compitino” come spesso si parla di cos’è un brano sanremese. Noi abbiamo provato a fare un po’ tutto l’opposto in realtà, nel senso che avevamo diversi brani e forse questo qua era il più strano, però è anche il brano più identitario che ho scritto secondo me fino ad ora. Infatti sono anche molto contento;  ho lavorato anche con autori e coautori eccetera, però poi alla fine abbiamo scelto un brano il cui testo l’ho scritto interamente io. Questa cosa qua mi fa un sacco piacere perché mi rappresenta tantissimo anche nel suo essere,  un po’ tragicomico questo testo di “Ollalà”. E quindi sì, alla fine la scelta è stata una scelta se vogliamo anche un po’ coraggiosa, però abbiamo pensato che ce lo potevamo permettere e alla fine questa scelta ha ripagato. E dopo questo brano seguirà qualcosa in particolare, un album? Andrai un po’ in giro per locali? Quali sono i tuoi progetti futuri, ecco, dopo Sanremo? Anche se già Sanremo è un progetto abbastanza ambizioso e futuro. Dopo hai intenzione di fare qualche altra cosa, hai già pronto qualche cosa? Occhi: Beh sì, assolutamente. Sicuramente non ci si ferma, anzi Sanremo dobbiamo vederlo come un punto di inizio, non assolutamente come un arrivo da qualche parte. Puntiamo a sfruttare la cosa ovviamente al meglio sperando che il risultato sia il migliore dei possibili. E dopo la gara comunque l’idea è quella di lavorare a un disco e sarebbe come per ogni artista emergente un grandissimo sogno poter avere il proprio disco, magari anche fisico, e poi un tour, a prescindere dalla grandezza che potrà avere, però l’idea, il sogno sarebbe quello. Ok. Io ti faccio un’ultima domanda, ti chiedo una domanda personale più che altro: chi è Occhi? Occhi: Mah, guarda, io se dovessi raccontare chi è Occhi tipo a un ragazzo di 16 anni, gli direi che Occhi è un ragazzo qualsiasi che fa un sacco di cose nella sua vita, che studia e che fa musica e che spesso non ci arriva da solo a fare le cose e si fa aiutare da tutti gli amici che ha per fare un sacco di cose che poi alla fine risultano essere belle. E qualche volta ce la fa, ogni tanto. Non sempre, però quella lì non è la cosa importante, la cosa importante è come si fanno le cose. Quindi Occhi è un ragazzo che cerca di fare tutto nella maniera più entusiasta e genuina possibile, circondandosi di persone che credono in lui e in tutte le cose che fa. Noi di exclusive magazine  ti auguriamo un percorso musicale brillante e con la speranza di risentirci presto e soprattutto dopo questa avventura di Sanremo per dirci cose soprattutto belle e positive. Te lo auguriamo tantissimo. Ti chiediamo un saluto per i nostri lettori. Occhi: Grazie mille e un grande saluto agli amici di Exclusive Magazine. A cura di Antonio Borzacchiello!

MIDA, ECCO COME E’ NATA LA MIA COLLABORAZIONE CON VILLABANKS! – INTERVISTA ESCLUSIVA

Mida Villabanks

1. “Bad Boys Don’t Cry” avvia con una chitarra flamenca e si evolve in un racconto notturno. Qual è stato il motore emotivo che ti ha spinto a scrivere un pezzo così “scontroso” e allo stesso tempo sensibile? Sicuramente la vita da single che sto facendo nell’ultimo periodo. Nella vita capita di avere momenti di questo tipo, secondo me vanno raccontati tutti, che siano dolci o meno; io parlo di quello che vivo, preferisco questo tipo di verità rispetto a una sola ma “forzata”. 2. Il brano tratta di gelosia e colpe reciproche. È un testo autobiografico oppure racconta una scena che volevi rappresentare immaginandotela?Tratta di scene autobiografiche, come quasi sempre nelle mie canzoni. 3. La collaborazione con VillaBanks aggiunge un tocco deciso ed urban. Come vi siete incontrati artisticamente e cosa ritieni abbia portato al brano?Villa è un rapper che mi gasa sempre e secondo me è stato incisivo; ci conosciamo da un po’ e secondo me era giusto, dopo il successo dell’anno scorso con “Bacio di Giuda”, riproporre il duo. 4. Dopo il successo di “Popolare” con Michele Bravi, questo singolo ti vede nuovamente protagonista. Quanto senti di aver consolidato la tua dimensione da solista e quanto ti piace giocare con featuring e contaminazioni?Penso che io abbia fatto tanto da solista, ma ho ancora tanto da dare; questi featuring sono tutti dei progetti nati naturalmente, non sono stati studiati a tavolino. Quindi penso che sia stato giusto farli. 5. Parli spesso di ambientazione notturna e tempeste emotive. Che idea hai del “pop estivo” nel 2025? Quali ingredienti musicali e narrativi lo rendono autentico? Penso che non esista una stagione “adatta” alle canzoni. Io sono uscito in estate con un brano che, parlando in termini canonici, non è quello che si definirebbe “brano estivo”. Sia da artista che da ascoltatore sono versatile, mi approccio alle canzoni a prescindere dal momento.  6. I tuoi pezzi, da “ROSSOFUOCO” a “Popolare” fino a “Bad Boys Don’t Cry”, hanno uno stile riconoscibile. Come si definisce l’identità musicale di Mida oggi e dove vuoi spingerla dopo questo singolo?La mia identità musicale è data proprio dal fatto che faccio un po’ quello che mi sento e penso che ciò non mi renda troppo riconoscile. Forse sono proprio io ciò che lega differenti canzoni e sonorità. 7. Nel tuo percorso hai già raggiunto due Platini, hit e playlist virali. Cosa vuoi comunicare con la tua musica a un pubblico giovane ma esigente, che cerca autenticità oltre l’effetto?In realtà i Dischi di Platino sono 4, suddivisi su 3 brani. Però a parte questo, io penso che le canzoni vadano fatte per esprimersi, descrivere e raccontare quello che si vede e si sente. Io spero che gli altri ci si rivedano o possano vivere una storia che non hanno mai vissuto e magari imparare qualcosa, ma non ho la pretesa di essere un insegnante. 8. Quest’estate ti ritroveremo in presave, streaming e forse anche live. C’è un progetto in arrivo? Magari un EP che raccoglie tutta questa energia intergenerazionale?Sicuramente ci sarà tanta musica, mi troverete in un progetto a breve, anche se ancora non è definito il modo migliore d’uscita. Intervista a cura di Eva Berretta!

L’ELFO, IL SANGUE CHE NON SI DIMENTICA! – INTERVISTA ESCLUSIVA

L'Elfo

La Sicilia non è uno scenario: è voce, pelle, carne. E per L’Elfo, classe 1990, nato e cresciuto a Catania, è il punto di partenza e di ritorno di ogni rima. Il 21 maggio è uscito “Sangue Siciliano” (Shut Up Records), il suo nuovo disco, e non è semplicemente un album: è un testamento identitario. La lingua siciliana non è folklore, è una scelta politica. L’appartenenza, la sopravvivenza e il dolore diventano versi, beat, coraggio. Dalle ferite fisiche (come l’ischemia cerebrale che ha segnato profondamente la sua vita) a quelle emotive, L’Elfo ha sempre trasformato la fragilità in arte, mescolando il rap tecnico delle battle all’urgenza del racconto personale. Con una sola collaborazione, quella con Don Pero, e 14 tracce che suonano come confessioni e grida collettive, “Sangue Siciliano” è un manifesto di resistenza, territorio e verità. ⸻ “Sangue Siciliano” non è solo un titolo, è una dichiarazione. Oggi che l’identità sembra spesso diventare marketing, quanto costa – davvero – restare fedeli alle proprie radici, anche quando è più semplice andare via? Mi è costato veramente tanto avere questa testa dura che ho anche oggi, ma non rinnego nessuna delle mie scelte. Sono convinto che, senza i miei valori, la mia visione e ciò che mi rappresenta, non sarei né l’artista né la persona che sono diventato. Usi il siciliano non come decorazione, ma come lingua principale. Che cosa riesce a dire quella lingua che l’italiano non riesce nemmeno a sfiorare? E in che modo il dialetto, nella tua musica, diventa un atto culturale oltre che personale? Il dialetto, rispetto alla lingua italiana, reputo che sia la mia prima lingua, proprio perché io sono siciliano. Ci sono concetti, pensieri e forme di espressione che puoi rendere al meglio soltanto con la tua lingua, in questo caso con il mio dialetto. Diventa un fatto culturale dal momento stesso in cui io registro, dal momento stesso in cui faccio un disco tutto interamente in dialetto siciliano, perché è una roba che rimarrà per gli anni. E già questo fa capire l’importanza di questa lingua, di questo dialetto. In un passaggio del disco sembra emergere una domanda scomoda: “quanto resta di noi dopo il dolore?” Dopo l’ischemia, le perdite, le ombre, qual è la parte di te che ha resistito e si è trasformata in musica? Io mi reputo molto un canalizzatore di emozioni e di esperienze, nel senso che tutto quello che mi succede poi, in qualche modo, riesco a farlo diventare musica. A volte, chiaramente, non è facile, perché sono umano anche io, quindi magari ci sono dei momenti o dei periodi in cui non riesco nemmeno a comunicare… ma perché non voglio. Però ecco, diciamo che anche dalle cose più orribili, chiunque può risalirne e farne tesoro, come me in questo caso. C’è solo una collaborazione nel disco, quella con Don Pero. In un’epoca in cui i featuring si usano come leva commerciale, tu hai scelto la coerenza dell’amicizia. Cosa deve avere oggi un artista per guadagnarsi il tuo microfono accanto? Non mi piace molto il finto rapporto umano che viene a crearsi. Dal momento in cui non fai le stesse visualizzazioni e gli stessi numeri di un altro tuo collega, quel collega non ti darà mai la giusta considerazione, nonostante tu magari abbia il talento e la bravura perfetta per fare una collaborazione. Ma è un mondo strano. Nonostante questo, però, ci sono state anche persone che hanno collaborato con me in questi anni, e sono cose che non dimentico mai. Infatti, ringrazierò sempre gente come MadMan, Vacca, Inoki e tanti altri. In particolare, Don Pero è stato un featuring fatto con tanto piacere. Lui era gasatissimo dalla mia proposta, quindi tanto rispetto per lui. Non mi ha fatto aspettare, è stato super professionale. Bravo Don Pero. Il tuo è un disco identitario, ma anche profondamente umano. C’è rabbia, certo, ma anche vulnerabilità, fatica, solitudine. Che ruolo ha oggi la salute mentale per un artista come te, e quanto ti ha cambiato parlarne nei tuoi testi? Sì, diciamo che in ogni mio disco c’è sempre stata una grandissima parte autobiografica. Io, purtroppo, sai… venendo da una famiglia molto problematica — e quando dico “molto problematica” è esattamente quello che ho detto — ho comunque sviluppato varie cose durante la crescita che mi hanno influenzato molto. Non nella crescita, magari… io quello che le persone vedono come amore regolare lo vedo in maniera molto strana, ambigua. A volte non riesco a trovare un equilibrio. Quello che penso io, personalmente, è che l’importante è che tu non vada a dare fastidio alla vita delle altre persone. Poi, per il resto, non posso reputarmi sicuramente una persona perfetta. Ma almeno credo che nel mio regolamento, sia a livello mentale che di anima, ci sia proprio: non dare fastidio al prossimo. Per il resto ho molto da lavorare. Chissà per quanto tempo. Dalla tecnica del freestyle ai palchi, dai graffiti alle produzioni più curate: sei partito dalla strada e sei rimasto fedele alla tua traiettoria. Guardando indietro, a tutto questo percorso, cosa diresti al te stesso quindicenne che sognava di farcela da Catania, senza scappare? “Sei bravissimo”; “Fai bene a ragionare con la tua testa”: “Fai bene a credere nei tuoi valori”; “Fai bene ad avere la tua mentalità”. Continua così, perché il fatto di non omologarsi mai a nessuno ti premierà in futuro, e saranno premi molto più importanti di tutto il denaro che ti fanno vedere in tv o nei social. Un artista, al giorno d’oggi, può considerarsi tale senza fare live? È una domanda molto interessante. Credo di sì, anche se va contro la mia idea, credo che si possa essere un artista anche senza il fattore live. Non saprei, magari esiste un genio che in studio fa dei capolavori assurdi e non vuole minimamente stare sul palco e cantare dal vivo. È una domanda un po’ strana, ma complimenti: molto bella e interessante. Domanda extramusicale : quale è il più grande male della società odierna? Credo che il