Sabba

Ciao Sabba, benvenuto e grazie del tempo che ci dedicherai per rispondere alle nostre domande.

– Prima di tutto ti chiedo “Come descriveresti la tua persona artistica e la tua musica a chi non ha mai avuto modo di ascoltarti?”

Credo che sia semplicemente la cifra di un artista che lo fa per sentire. Mi spiego meglio: tutto ciò che scrivo, compongo, a cui do un suono insieme ai miei collaboratori, parte da un presupposto fondamentale: deve emozionarmi. Solo se emoziona me, può creare una connessione con altre anime. Dal punto di vista tecnico e sul genere, di solito glisso. Non amo rinchiudermi nella gabbia della targetizzazione di genere. Amo, canto e suono tanta musica diversa. Sono un curioso. Di sicuro posso dirti perché ho scelto di farlo: B.B. King, Stevie Ray Vaughan, il blues in generale.

– Il 28 maggio è uscito il tuo nuovo singolo “Loop”, il pezzo è stato scritto in un particolare momento della tua vita o è stata più una cosa “di getto”?

Il brano è stato scritto durante l’ultimo lockdown, in una delle mie notti insonni. Nello special del brano cito i Velvet Underground, ma anche Battisti e tanti altri. Era la musica che stavo ascoltando, visto che non riuscivo a dormire. Nacque come qualcosa che esulava dalla composizione iniziale del brano, come uno sfogo, o forse solo un flusso di coscienza.

– Sappiamo che sei reduce dall’esperienza di X factor Romania, credi che negli altri paesi esista più meritocrazia in ambito musicale di quanta ce ne sia in Italia? Secondo te è più prolifico fare esperienze di questo tipo a livello internazionale piuttosto che in Italia?

Non so molto della meritocrazia, né in questo Paese né all’estero. So che ce la insegnano come valore, ma non ce la dimostrano all’atto pratico. Di sicuro, in Romania abbiamo ricevuto l’apprezzamento, l’amore e soprattutto il rispetto per quattro cantanti professionisti che proponevano anzitutto un repertorio di Musica Italiana basata sulla melodia che resta ancora oggi il vero brand del made in italy all’estero, ma anche cimentandoci in brani internazionali. Se avessimo riproposto gli stessi grandi classici in Italia, armonizzandoli a quattro voci, quale sarebbe stato il feedback? Credo che il nostro Paese, almeno televisivamente parlando, cerchi ciò che è cool più di impegnarsi a riconoscere ciò che è fatto bene rispetto a ciò che, semplicemente, è fatto male.



– Partecipare con un gruppo a questo programma ti ha aiutato oppure hai riscontrato fosse un’arma “a doppio taglio”?

Tutto è un’arma a doppio taglio, quando sei uno che evade le etichette e si presta con curiosità a tante cose diverse. Ho fatto il ballerino per dieci anni, poi l’interprete, poi il cantautore, poi l’attore, e ho suonato con i personaggi più diversi tra loro, dal tradizionale al rock, dal dialetto all’italiano, passando per l’inglese. Ho fatto e faccio ancora oggi miscugli di generi musicali all’interno delle stesse canzoni. Sono attaccabile da qualsiasi punto di vista. Ma sai che c’è? Faccio tutto con sana curiosità e forte passione, curo nei dettagli ogni cosa. Mi sento libero così. È una terapia, fare musica a modo mio. Sarò attaccabile, ma non affondabile, questo è certo. Vado nella direzione della mia libertà, sono apposto con la mia coscienza, e questo mi basta. Nello specifico, no, credo che TheSuper4 e così xFactor Romania, mi abbiano fatto solo bene. Avevo voglia di uscire dai confini del mio Paese e ad ottobre avrò una nuova occasione, essendo finalista di New York Canta, di esibirmi all’estero, su Rai Italia, con un nuovo inedito. Fosse per me, girerei il Mondo.



– Hai affermato che “Loop” è una sorta di messaggio motivazionale rivolto ai più giovani, quali sono i feedback dall’uscita del singolo?

Ottimi! Un incoraggiamento incredibile. Ritengo questa canzone un inno, una preghiera universale, rivolta a chi ha paura di guardarsi dentro e soprattutto di affrontare le risposte. Credo che avessi bisogno in primis io di un messaggio di rinascita simile. Sapere che sia stato accolto in maniera così positiva anche da chi mi ascolta, mi ha dato, mi sta dando anzi, una grande carica. Quando ciò che fai ha un senso così profondo, non importa quanto vai lontano, perché se hai creato una connessione con altre anime, quella connessione non morirà mai.



– Come hai vissuto il periodo “lockdown”? Per te è stato difficile trovare la giusta ispirazione restando in casa?

No, anzi! Ho scritto un botto di canzoni. Alcune sono già pronte ma attendo un’occasione importante per raccoglierle e proporle. Altre usciranno come singoli, forse prima di quanto si possa pensare. Questo è uno spoiler grande quanto una casa.



– Proseguirai con l’uscita di singoli o stai lavorando a qualcosa di più grande? 

Entrambe le cose.



– La produzione del singolo è stata curata da Massimo D’Ambra, con MustRow alla chitarra. Hai seguito con loro tutto il processo di creazione del beat?

Non essendo né un rapper né un trapper, non esiste la creazione di un beat quando si lavora insieme, bensì la costruzione dell’arrangiamento a partire da una composizione che ho curato insieme a Joe Romano. Avevo questo tempo e qualche accordo. Mi sono sentito quotidianamente con Joe per curare la direzione della composizione e portarla sempre più verso il mio mondo (di solito tra le reference c’è sempre qualche disco di Tom Waits per quanto il risultato finale non lo lasci evincere). Dopodiché ho proposto il brano a Massimo D’Ambra. Lui come al solito lo ha vestito come desideravo, intuendo ormai all’istante la prospettiva di sound che avevo in mente. L’ultimo step, così come con Borderline, il singolo precedente, è stato impreziosire il brano con la chitarra magica di MustRow. Si può dire che abbiamo lavorato costantemente, prima con Joe, poi con Massimo, per prendere le misure prima, e cucire il vestito addosso a Sabba, poi.



– Le prossime tracce manterranno questo sound o ti piace spostarti su più generi musicali?

Mi piace spostarmi, questo da sempre. È anzi il punto di partenza di ogni mia nuova produzione: non devi sapere cosa aspettarti. Ma lascio sempre un marchio di fabbrica, che non sia banalmente la voce black o l’approccio blues, ma qualcosa di più profondo. Questo almeno nelle intenzioni.



– Quando scrivi un pezzo ti senti “influenzato” dai tuoi artisti preferiti o cerchi di essere più te stesso possibile?

Entrambe le cose. Ci sono due step. Uno in cui sono effettivamente ispirato dal mio background e dai miei ascolti, quello iniziale. Poi, una volta che si accende la luce, appena accade la scintilla, mi distacco completamente da tutto, per cercare un me stesso sempre più onesto, tra le note. Mi piace pensare che sono sempre e comunque io, sempre e comunque me stesso, sempre e comunque Sabba, con un po’ più o un po’ meno influenze, che siano percettibili o meno, una volta chiuso il lavoro, mi importa poco.

Ti ringraziamo ancora per il tempo che ci hai dedicato e ti facciamo un grande “in bocca al lupo” per i tuoi progetti futuri. Per concludere ti invitiamo a salutare a tua volta chi vuoi.

Viva il lupo. Saluto voi e vi ringrazio per questa intervista.

Saluto Joe Romano e Massimo D’Ambra.

E in fine tutte le persone

Intervista a cura di Noemi Lorenzini!