IBISCO, NON VEDO L’ORA DI ESIBIRMI SUI PALCHI!

NOWHERE EMILIA: LA PROVINCIA IN BIANCO E NERO DI IBISCO

Classe ’95, nato a Bologna ma cresciuto in una provincia alla quale è visceralmente legato, Filippo Giglio, in arte Ibisco, ci ha regalato un debut album impossibile da ignorare.

Uscito lo scorso 14 gennaio, Nowhere Emilia (V4V) è un disco dall’atmosfera rarefatta, oscura. Un viaggio in luoghi reali, ma inafferrabili; interiori ed esteriori. Percorre pianure desolate e strade infinite, in un’Emilia in bianco e nero, dove sembra non fare mai giorno.

Il panorama di questo brillante album è costruito grazie a piani elettrici, batterie campionate, linee di basso dark e beat da discoteca; suoni alieni che creano un paesaggio sonoro mistico, ma allo stesso tempo ben ancorato alla realtà. L’effetto finale mescola shoegaze, post-punk ed elettronica; ha la frizzantezza di MGMT e Cosmo, ma la vena crepuscolare dei The Neighbourhood. Il tutto accompagnato dalla voce di Filippo, acuta e affilata come un rasoio – perfetta per raccontare i suoi testi, che sono lo specchio della sincerità che è stata obiettivo e motore di questo suo primo disco.

Di Nowhere Emilia abbiamo parlato con Ibisco, nell’intervista qui sotto.

Ciao Ibisco! Inizio facendoti i complimenti per il tuo album d’esordio, Nowhere Emilia. Raccontaci come nasce e cosa vorresti che lasciasse a chi lo ascolta.

Grazie.

Questo album si è completato nell’arco degli ultimi tre anni, mettendo insieme idee che già dal principio appartenevano ad una direzione musicale – poi messa a fuoco lavorando alla produzione insieme a Marco Bertoni – che non volesse in alcun modo compiacere il pubblico. Si è evitato in qualsiasi modo ogni genere di retorica di linguaggio. L’unico obiettivo in questi termini, siano essi artistici o di “positioning”, è stato quello di realizzare qualcosa che suonasse nel complesso come nuovo – almeno in Italia – e, soprattutto, estremamente sincero.

Il tuo disco, come si intuisce già dal titolo, non canta un posto in particolare, ma gioca su una continua ambiguità geografica, che comprende tutti i luoghi e allo stesso tempo nessuno. Racconta la provincia emiliana in tutte le sue più grigie sfaccettature, senza però mai fermarsi in un punto preciso. Questa sensazione di smarrimento, di luogo-non-luogo, è voluta?

È assolutamente voluta e si potrebbe sintetizzare con la parola desolazione. Credo profondamente che la potenza dei luoghi in cui viviamo o transitiamo si manifesti su due fronti, quello esteriore, costituito letteralmente dalle superfici e dalla materia, e quello interiore, sicuramente più difficile da cogliere razionalmente, ma paradossalmente più potente del primo. È chiaro che questa seconda componente emerge in modo preponderante quando l’aspetto plastico di un luogo, forse per inciampi di una civiltà che ivi tarda ad arrivare, fatica a concorrere per il primato sulla memoria di chi lo attraversa. Parliamo di spazi di intersezioni tra coscienze geografiche, o più semplicemente di quelli che dominano le soggettività al punto da ricomporsi in modo inedito all’interno dell’anima delle persone.

Qual è il tuo rapporto con il posto in cui sei cresciuto?

Ci sono talmente legato che fatico ad immaginarmi altrove. Quando la fantasia di emigrare nelle “capitali dell’arte” prende il sopravvento, vengo immediatamente assalito da un senso di inquietudine. Almeno in questo momento, credo che sarebbe malsano quantomeno per la mia musica farmi trascinare da schemi esistenziali che non mi appartengono fino in fondo.

Come dicevamo, canti la tua provincia, ma le tue sonorità sono di respiro internazionale. Sei influenzato da band come Joy Division, Arcade Fire, MGMT, e dal fumo industriale di città come Manchester. Nonostante questo, per i tuoi testi scegli l’italiano e non l’inglese (tranne in rari casi). Come mai?

Per raggiungere quella sincerità annoverata tra gli obiettivi iniziali è fondamentale avere conoscenza non solo della lingua che si utilizza, ma anche dei retroscena culturali che a essa appartengono. Sarebbe impensabile arrivare a risultati che da questo punto di vista siano soddisfacenti senza possedere, per usare un altro bellissimo termine, la competenza enciclopedica necessaria ad affacciarsi su un determinato mondo. L’inglese lo abito in modo pressoché superficiale, non lo vivo, lo leggo senza riscriverlo, per ora ne sono soltanto un ammiratore.

Parliamo della parte visuale del tuo lavoro: sono bianchi e neri i suoni, le immagini, la copertina dell’album, i videoclip – tranne qualche sprazzo di colore in quello di Chimiche. Hai voluto creare una narrativa visiva coerente con il mood del disco?

In modo quasi viscerale ho capito da subito che il bianco e nero fosse la cifra stilistica adatta a raccontare sotto il profilo visivo il lavoro. È sicuramente complesso comprendere a pieno i motivi di questa scelta, però posso dirti che ci sono stati due principali fattori che hanno influenzato la scelta: il primo è di “convenienza”, lavorando a budget inizialmente non elevati, l’uniformità del bianco e nero funge da “livella”, conferendo in ogni caso un risultato coerente con i precedenti; il secondo – se vogliamo più poetico – risiede nel fatto che questo, in qualche modo, spogli l’immagine di quella patina e luminescenza tipica di un colore spesso capace di ingannare l’occhio e di dissuaderne l’incondizionata concentrazione sui soggetti. Quel discorso sulla sincerità…

Anche io vengo dalla provincia, sebbene sia molto diversa da quella di cui parli tu. Hanno però una cosa in comune: la noia, che tu citi in Houtunno. Si parla spesso dei pericoli delle grandi città, ma credo che la noia sia un nemico molto insidioso, in grado di creare dipendenze, problemi, vie di fuga a volte dannose. Cosa ne pensi?

La noia e l’ozio sono croce e delizia. La loro esperienza è talmente logorante che per contrastarla siamo costretti a fare emergere idee, consolidare il nostro irrazionale e chiarificare gli aspetti complessi della nostra vita. Senza la noia difficilmente riuscirei ad immaginare la presenza di risultati creativi soddisfacenti. Riscattarsi dalla noia.

Tintoria si apre con le parole di Pier Paolo Pasolini, che continuano poi in più punti attraverso la canzone. Cosa ti ha ispirato di questa intervista e perché hai deciso di inserirla nel pezzo?

Ricordo che rimasi profondamente colpito dalla lucidità e dalla capacità di sintesi delle sue parole. Era un periodo in cui spesso cercavo in rete documenti video di Pasolini e quell’insieme di frammenti mi sembrarono da subito particolarmente adatti per completare il messaggio di un brano il cui testo avesse intenti provocatori e allucinatori del pensiero perbenista.

Enula, il feat. in B, con la sua voce accompagna perfettamente l’atmosfera creata dall’album. Raccontaci com’è nata questa collaborazione, e se Enula ha partecipato anche alla stesura del testo.

Mi è stato proposto di collaborare con Enula dalla mia casa discografica e ho accolto la cosa con grande interesse. Avevo seguito parzialmente il suo percorso ad Amici ed ero rimasto piacevolmente colpito la sua capacità di utilizzare una vasta gamma di sfumature della voce. Siccome prima di prendere questa decisione il pezzo era già terminato e in termini di struttura, a nostro parere, era solido, il suo contributo è stato relativo alla sola interpretazione di un testo già ultimato da me. Devo dire che ha colto spontaneamente la direzione, non c’è stato alcun bisogno di guidarla, sono molto contento del risultato.

Nowhere Emilia si conclude con Luci. È sicuramente il brano più leggero – per così dire – di questo lavoro in studio. C’è un motivo per cui hai deciso di usarlo come epilogo del disco? Vuole essere, come indica il titolo della canzone, uno spiraglio di luce nel grigiore?

È stato in effetti l’ultimo brano scritto.

Involontariamente (perché cambiamo inconsapevolmente) ha assunto una lieve colorazione (sul giallo notturno direi) e potrebbe suggerire – immaginando di unire i punti precedenti e abbandonarsi all’inerzia – una mia traiettoria possibile. Posto che non si scriva pensando alla continuità, trovo necessario pensare a questo brano come fosse un finale aperto.

Non si fatica ad immaginare il tuo album suonato live (soprattutto un brano come Ragazzi). Hai già delle date in programma?

Le prime tre date saranno:

· 24 Marzo, Covo Club (Bologna)

· 1 Aprile, Arci Bellezza (Milano)

· 9 Aprile, Magazzino sul Po (Torino)

Maria Stocchi

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