KENTO, IL RAP DA SOLO NON BASTA MA L’ARTE SALVA I RAGAZZI!

Ciao Kento, ti volevamo chiedere innanzitutto come è nata questa iniziativa in collaborazione con Repubblica di produrre la serie TV “Barre aperte”?

 

Il tutto nasce dall’idea di provare a raccontare le carceri in un modo diverso dal solito. Avevamo la possibilità di ottenere un accesso esclusivo con la telecamera all’interno dei penitenziari minorili, che non è un’opportunità che capita spesso, e la volevamo utilizzare per dare visibilità e rilievo alla musica e all’arte che vede i ragazzi protagonisti. E, chiaramente, visto che sono parecchi anni che io e le altre persone coinvolte lavoriamo lì dentro, avevamo anche la credibilità e la fiducia necessaria per poter porre certe domande e raccontare certe realtà. Sicuramente il tutto non sarebbe stato possibile senza Crisi Come Opportunità e Puntozero Teatro, che hanno fatto la parte più grossa del lavoro.

 

Come credete di aiutare questi giovani ragazzi finiti nel prendere strade sbagliate?

Il rap da solo non basta. La musica, la poesia, la scrittura sono utili all’interno di un approccio integrato che veda il ragazzo – appunto – come un ragazzo, una persona ancora in formazione, che spesso non ha avuto la possibilità di scegliere la strada giusta semplicemente perché di fronte ne aveva solo di sbagliate. Spesso mi sono trovato a sedermi al tavolo con psicologi, educatori, insegnanti… e l’interazione è stata molto bella perché mi sono reso conto che io aiutavo loro a capire qualcosa e viceversa. L’Hip-Hop (anche in Italia!) è ormai abbastanza maturo per confrontarsi alla pari con qualsiasi situazione e professionalità, e questo secondo me è un grandissimo traguardo.

 

Si sente spesso parlare molto male delle carceri italiane. Te in tal senso quali iniziative prenderesti per migliorarle e per aiutare e recuperare le persone presenti al suo interno?

Il carcere minorile è una realtà anacronistica, figlia di un passato che cominciamo a sentire sempre più lontano. Semplicemente: non dovrebbe esistere. Penso che, tra qualche anno, guarderemo indietro e ci sembrerà un’istituzione antica e completamente superata, così come già adesso ci sembrano i manicomi, che pure erano assolutamente legali e presenti fino all’epoca dei nostri genitori. Fortunatamente già oggi il minorile in Italia è considerato uno strumento residuale, e sono a favore di qualsiasi iniziativa che vada in direzione di un suo assoluto superamento.

 

In questa serie TV c’è anche un altro rapper molto attivo nel sociale come Lucariello. A tal proposito come vi siete conosciuti? E avete in programma altre iniziative?

Con Lucariello ci eravamo conosciuti qualche anno fa, ma passando del tempo insieme abbiamo avuto più tempo di confrontarci e di conoscerci: è nata una bella amicizia. Sicuramente abbiamo in mente di collaborare in futuro… ne stiamo parlando!

 

Il rap secondo te può essere uno strumento di integrazione sociale? E cosa ne pensi di chi rappresenta l’Hip-Hop come un simbolo di criminalità e malavita?

Il rap è uno strumento particolarmente versatile, quindi può essere utilizzato in molti modi diversi essendo incredibilmente efficace in tutte le sue forme. Da parte mia non credo in nessun tipo di censura, quindi ben venga anche il rap che parla di crimine e di vita di strada. Ma la prima regola è da sempre “keep it real”: bisogna distinguere la realtà dalla finzione, e spesso non è detto che chi si atteggia a criminale lo sia davvero. Il fatto che, in una società come la nostra, gli esempi da seguire diventino i rapper e non siano i genitori, gli insegnanti e le autorità la dice lunga su quanto le istituzioni (a partire dalla famiglia) abbiano enormi difficoltà nel relazionarsi con i ragazzi, mentre invece il rap parla con loro in modo molto immediato e diretto. Li capisce e viene capito. Ma ciò non significa che i rapper debbano prendere il posto dei genitori e degli insegnanti… Ascoltiamo i nostri ragazzi e diamo a loro degli strumenti di ascolto consapevole, invece di colpevolizzarli per il solo fatto di essere giovani.

 

Come è nata invece la tua passione per il rap e qual è la tua traccia a cui sei maggiormente legato?

Ero molto piccolo quando mi arrivò una videocassetta con alcuni videoclip americani. Erano già vecchi di qualche anno, ma ciò non li rendeva meno potenti ed esplosivi! E poi quello era la cosiddetta “epoca d’oro del rap”, in cui sembrava che venisse pubblicato un capolavoro dietro l’altro. In Italia uscivano i dischi dei Sangue Misto, dei Colle, di Kaos, di Lou X… Per me ragazzino era impossibile non innamorarmi di quella forma espressiva. 

La mia canzone a cui sono più affezionato è sempre l’ultima che ho scritto, perché è quella che assomiglia di più a come sono in questo momento. Ma non ve la posso far sentire, perché appunto l’ho appena scritta e quindi è un inedito che uscirà tra qualche mese. Vi dico solo che contiene una collaborazione con uno dei miei cantautori preferiti.

 

È uscito da qualche mese il tuo nuovo singolo Troppo Mariah, in collaborazione con Andrew John Rises. Cosa volete trasmettere attraverso questo pezzo? E hai in programma di inserirlo in un tuo possibile nuovo album?

È una traccia nostalgica ma non malinconica, in cui raccogliamo appunto un po’ di quelle sensazioni ed emozioni con cui siamo cresciuti nei ’90. Fa parte di una serie di canzoni che ho pubblicato a cadenza mensile nel 2021, appunto perché in pandemia ero chiuso a scrivere e avevo gran voglia di farmi sentire. Difficilmente la inserirò nell’album, perché in questo momento ho un’altra trentina di inediti pronti…

 

Che ne pensi invece della gestione inerente ai live? Visto che ha fatto molto discutere recentemente la scelta di fare il Festival di Sanremo con il 100% del pubblico.

Con tutto il rispetto per Sanremo, a me interessa il palco dove suono io e non i palchi degli altri. E ancora vedo i locali di fatto chiusi, i festival estivi timorosi di confermare le date, le capienze ridicole… mentre all’estero e in molti altri settori c’è tutta un’altra situazione. Ricordiamo sempre che nessun focolaio epidemico è mai scoppiato a un concerto o a un evento musicale live: il problema probabilmente non è di ordine sanitario ma di pessima rappresentazione istituzionale dei lavoratori dello spettacolo. Ed è impossibile non notare come la musica sia ancora una volta il settore più sacrificabile in assoluto. Tutti noi artisti, tecnici e addetti ai lavori ci troviamo ancora una volta a subire.

Come ogni crisi, le conseguenze non andranno di fatto a impattare i divi e i manager del mainstream, che al massimo avranno una Lamborghini in meno nel garage, ma colpiranno gli indipendenti, i non-allineati, l’underground in generale… in modo ancora più feroce di quanto non abbiano fatto finora. E scegliere la vigilia di Natale (ve lo ricordate, vero?) come giorno per annunciare misure che assomigliano a un cappio sul collo di noialtri è stata solo l’ennesima vigliaccata.
Certo, è il segreto di Pulcinella che già da aprile 2020 si tengono eventi illegali, con dj set e concerti gremiti che hanno luogo in ville isolate, in campagna e perfino nei locali delle grandi città, con le serrande abbassate e affidandosi a un passaparola più o meno sotterraneo. Non biasimo chi, reso disperato dal bisogno, ha scelto di andare a suonare a uno di questi eventi piuttosto che non avere di cosa vivere. E quasi mi sento uno scemo per aver seguito le regole anche quando queste urlavano ipocrisia, contraddizione e ricerca di consenso più che di soluzioni.

 

Ti ringraziamo Kento per la disponibilità per questa intervista e ti invitiamo a concludere salutando chi più ritieni opportuno.

Grazie a voi, saluto speciale alla mia mamma perché tra un po’ è il suo compleanno

 

Intervista a cura di Giovanni Paciotta!