Chinegro
Ciao Chinegro e grazie per il tempo che ci dedicherai per rispondere alle nostre domande. Partiamo da una domanda “facile”, da cosa differisce “Chinegro” da Tommaso?
Ciao, grazie a voi! Non ci sono troppe differenze in realtà. Negli anni ho avuto un percorso lavorativo nel lusso che mi ha portato a essere sempre molto formale, professionale e “ingessato”. Chinegro nasce dal desiderio di prendersi meno sul serio e riuscire a dire con semplicità e schiettezza tutto ciò che penso. Il nome nasce da una provocazione e da un desiderio di sdrammatizzare un termine che sin da piccolo mi ha un po’ tormentato. Mi ha sempre divertito che in Italia si leggesse “chi negro”, una sorta di “negro chi?” e che mi pone il quesito di chi sia davvero un “negro” visto che ormai è cosi facile rivolgere a chiunque sia leggermente più scuro del bianco questo epiteto.Sostanzialmente, però, non vedo una grande differenza nel modo di essere o vivere, viviamo la stessa vita io e Chinegro, le stesse emozioni e la stessa attitudine, solo che magari nel mio alias artistico mi faccio meno problemi riguardo ciò che penso o dico.

È uscito da poco “Pelle dura”, quale è il significato intrinseco dietro a questo ep?
Nell’ultimo periodo ho guardato diversi documentari sugli alligatori e mi sono rivisto in molte loro caratteristiche quali la tenacia e il forte istinto di sopravvivenza. Da li volevo anche io, come un coccodrillo, sferrare un attacco e mordere la mia preda mettendo in mostra le mie nuove skill. Il significato rimane il desiderio di non lasciare una passione ammuffire in un hard disk, di mettermi nuovamente in gioco e di far capire che ho vissuto tanto la musica prima di pensare che io sia qua per moda o perché voglio fare i “big cash”. Voglio trasmettere un’attitudine, un sano senso di voglia di mettersi alla prova e continuare a costruire con forza un percorso basato sul lavoro duro, l’autoperfezionamento e la costanza.

Tra le canzoni dell’EP “Torpedo” è quella più introspettiva, ci racconti quale è stato il periodo della tua vita nel quale stavi scrivendo questo brano?
“Torpedo” l’ho scritta alla fine del primo lockdown. Ci siamo ritrovati tutti in uno scenario molto complicato da comprendere, sono cambiate molte abitudini e anche lavorativamente parlando non è stato un periodo ottimale, diciamo.Nel testo racconto di come abbia cercato di ritagliarmi nuovi spazi e nuove prospettive nonostante fosse un periodo difficile. Mi ha consentito di analizzare tante dinamiche interpersonali, sociali e lavorative nelle quali ero inserito io ed era inserita anche la mia cerchia di amici… ho visto amici dover chiudere attività frutto di sacrifici di anni in tempi brevissimi e per leggi assurde. Ho scritto “fanculo il vostro dinero, riparto da zero” perché anche io ho fatto cosi, mi sono reinventato e ho deciso di puntare tutto su me stesso e sulle mie idee, volevo spronare me in primis e i miei amici che la partita ancora non è finita e che anche partendo con poco possiamo continuare a sperare di costruire tanto.

“Questa vita mette avanti scelte ma non mette al sicuro”. C’è un modo per mettersi al sicuro dalla vita invece?
Credo che l’unico modo per mettersi al sicuro dalla vita sia non viverla appieno, ma anche li poi non so se si sarebbe mai al sicuro. Ci sono dinamiche a volte che non dipendono da noi e con le quali ci tocca confrontarci, volenti o nolenti. Anche chi non si mette in gioco non si può dire sia al sicuro, magari per non esporsi si perde tante occasioni di crescita personale per poi ritrovarsi magari frustrato a vivere una vita che non lo rappresenta. Stare al sicuro non necessariamente per me significa non rischiare e non credere nelle proprie idee.

Sappiamo che questo EP è l’anticipazione di una prossima uscita, ce ne vuoi parlare?
Siamo al lavoro su un altro EP. Le tracce che ho scritto per questo erano svariate e molte erano troppo intense per venire accantonate. L’idea è quella di costruire, pian piano, i presupposti per un album più corposo. Nel prossimo progetto sicuramente voglio “rappare” di più: io arrivo dalle battle e i contest di freestyle, ho cercato negli anni di alleggerire un po’ le sonorità e diminuire le parole ma mi piacerebbe che il rap tornasse a essere una sana competizione tra chi scrive meglio e non tra chi si veste meglio.

Se il rap game fosse la serie A, la Verona musicale in che zona sarebbe?
Allora diciamo che questa è una domanda che ha differenti sfaccettature. Credo che Verona, a suo modo, abbia un forte storico a livello musicale, anche grazie all’Arena e a tutti gli spazi collaterali che respirano musica. Sin da piccolo ho sempre visto un forte amore per la musica e l’arte a Verona, inoltre da ragazzino ho avuto la fortuna di visitare spesso uno storico negozio di musica e cultura hip hop che era molto collegato con la scena milanese. Oggi credo che Verona abbia numerosi talenti e artisti che fanno un sacco di prodotti interessanti ma la cosa penalizzante è che non vi è una vera e propria scena e ognuno “coltiva solo il suo orto”. In questo modo è più difficile far crescere la realtà musicale tramite il confronto tra più artisti e generare così un maggior coinvolgimento e stimolo per gli ascoltatori locali. Ci vorrebbe più coesione si attirerebbero più ascoltatori e si potrebbero fare degli eventi di maggior successo.

Se dovessi, in maniera totalmente autocritica, trovare un qualcosa da migliorare nel tuo modo di viaggiare sul beat cosa consiglieresti a te stesso?
Al momento sto pensando molto a lavorare sulla sintesi, io ho un forte amore per le parole e spesso non sapendo rinunciare cerco di inserire troppi concetti o dettagli. Vorrei imparare sempre di più a dire frasi più semplici ma di maggior impatto. Credo che oggi con una soglia dell’attenzione così bassa, se si vuole catturare l’attenzione dell’ascoltatore per poi comunicare qualcosa di più intenso, ci vuole una forte selezione su termini sempre più accattivanti e di impatto.

Quanto è importante, in percentuale, la strumentale per la buona riuscita di un brano?
Anche questa domanda ha diverse sfaccettature… se dobbiamo attribuire un’importanza generica e data da un’analisi del contesto musicale odierno dove il talento del cantante è leggermente più in secondo piano, credo abbia un peso del 65/70% sulla riuscita del brano, qualora l’artista non abbia un vero e proprio talento. A volte una strumentale forte può sopperire la mancanza di talento del cantante e quindi si mettono mille suoni mille effetti e si carica parecchio il beat, ma se la penna è forte e la voce è interessante, si può fare un brano molto intenso e di successo anche con una strumentale molto basica e scarna.

Domanda extra musicale. Visto che sei stato adottato, pensiamo che tu sia la persona giusta per rispondere a questa domanda: credi che l’avvento delle ONLUS abbia diminuito le possibilità da parte delle famiglie di adottare rendendo l’adozione un qualcosa di elitario?
Personalmente trovo difficile generalizzare. Negli anni, soprattutto durante la fase di ricerca delle mie origini, mi sono trovato a confrontarmi con diverse realtà. Credo che oggi giorno ci sia una maggiore facilità nel costituire una ONLUS ma le dinamiche che si possono innescare non differiscono poi così tanto da quelle di un tempo, non tutte lavorano seguendo gli stessi criteri. Alcune cercano più che di rendere elitario l’accesso al circuito, di tutelare e di valutare il più possibile la stabilità affettiva del nucleo familiare che andrà ad accogliere il bambino (parametri valutativi diventano anche il grado di istruzione o situazione lavorativa), altre invece purtroppo cercano di sfruttare economicamente a loro vantaggio la loro posizione e ci speculano sopra senza magari analisi troppo approfondite. In ogni caso non credo che si tratti di favorire una vera e propria élite ma solo che ci siano diversi impegni anche a livello economico (costi burocratici e amministrativi) che non tutti possono sicuramente sostenere, ed è il sistema molte volte a innescare meccanismi errati. Rimango però fermamente convinto che essere in grado di aiutare a crescere un bambino non sia correlabile ad aspetti meramente economici ma che prevalga un forte lato umano e un desiderio di coinvolgersi e di affrontare le molte difficoltà comuni a tutte le esperienze genitoriali.

Per concludere questa nostra chiacchierata ti ringraziamo nuovamente e ti invitiamo a salutare a ringraziare chi tu voglia! Alla prossima
Ci tengo a ringraziare Chiqui, Plagio, Enrico, Nico, Paco e tutti i membri del mio team Redwrds x Le Pareti sconnesse che hanno preso parte allo sviluppo del progetto, Jek Dean per il supporto visual e Luna per aiutarmi a realizzare dei magnifici scatti. Ringrazio tutti coloro che in questo periodo difficile sono ancora presi bene con il confronto e il sostegno reciproco. E grazie a voi per lo spazio!
 
Intervista a cura di Jean Denis Marchiori!