Alsogood, alla scoperta del nuovo album “1000 Smiles”, un viaggio tra jazz e hip hop
In un universo musicale attuale in cui la semplificazione sembra farla da padrone, Francesco Lo Giudice, in arte Alsogood, ha deciso di alzare l’asticella con la sua ultima fatica.
Ricco di rimandi alla scena internazionale più raffinata, ma sempre aggrappato alle radici in rima caratteristiche del percorso del compositore di Reggio Calabria, “1000 Miles” è un album dai diversi volti. Ecco come lo ha raccontato l’autore in un’intervista esclusiva a Exlcusive Magazine.
In un momento in cui la musica italiana è perlopiù caratterizza da rapper, trapper e cantanti melodici di profilo più tradizionalista, che cosa significa essere un polistrumentista?
“Bella domanda. Intanto ti dà la possibilità di capire il linguaggio di ogni tipo di brano, di opera, di composizione, oltre alla libertà di sperimentare. Diciamo che la conoscenza è padronanza, per cui poter imbracciare diversi strumenti e metterli al servizio della produzione, sicuramente ti dà un vantaggio, soprattutto nella comprensione di un’opera”.
Dal punto di vista invece del rapporto con le case discografiche, la scelta di privilegiare la musica al cantato e scegliere uno stile che non è propriamente quello più attuale, ti ha creato delle criticità?
“No, anzi, in realtà credo sia stato un vantaggio perché ha reso il mio progetto unico ed identitario. Poi, io sono sempre stato un produttore, quindi ho prodotto anche per diversi interpreti, dall’R&B, al pop, al rap, ma va detto che io comunque vengo dall’hip-hop. Dunque, ho iniziato a fare musica strumentale mantenendo sempre un profilo hip-hop e ho proseguito con quel progetto perché il beneficio dell’uso degli strumenti è che non incontri alcuna barriera linguistica, quindi puoi essere ascoltato in tutto il mondo. Se fai musica in italiano ti ascoltano solo in Italia, o chi ti ascolta all’estero probabilmente è italiano. La musica in sé, invece, è internazionalmente recepibile.
Il 18 giugno ti esibirai al 93 Feet East di Londra. Perché hai scelto l’Inghilterra?
“Intanto perché è saltata fuori questa opportunità e quindi era una cosa importante da fare. Credo che attualmente Londra sia la capitale europea del mio genere, quindi della musica che incrocia l’hip hop con il jazz. Inoltre ci sono tantissimi tastemakers radiofonici importanti. Penso a James Pearson e Jamie Cullum. Lì c’è la gente che influenza i gusti mondiali che dopo qualche anno arrivano anche in Italia. Sicuramente sarà una bella sera”.
Sulla tua pagina Instagram hai pubblicato un post in cui sottolinei che con te sul palco ci sarà una band. Perché per te è così importante?
“Intanto sono miei amici e gente con cui collaboro. Ad esempio Alessandro Pollio è uno dei miei più stretti collaboratori. Con lui e con Emanuele Triglia ho dato vita anche al primo trio di instrumental hip hop in Italia che si chiamava Figura. E poi comunque mi piace mettere in evidenza i musicisti essendolo io stesso, in quanto noto che in altri progetti i turnisti vengono sempre messi un po’ in secondo piano. Io invece ci tengo a coinvolgerli e a riconoscere il loro talento e il loro lavoro che va oltre lo studio. Devo aggiungere che partendo dai miei dischi molti strumentisti hanno iniziato una vera e propria carriera. Sono stato un trampolino di lancio”.
Rimanendo ai live, ti vedremo in Italia?
“Sì, ci sono un po’ di date. Il 6 Giugno sarò al Novara Jazz Festival, il 21 agosto
suonerò al YOH Music Festival di Pescara, poi farò un altro concerto a Monte Silvano Colle e a ottobre sarò all’FP Jazz Festival di Cagliari, ma diciamo che è un work in progress.
Passando all’album mi ha incuriosito la scelta del titolo, 1000 Smiles (Mille Sorrisi). Perché mille?
“Perché 10.000 era troppo lungo. Mille poteva già andare bene. Scherzi a parte, voleva essere un po’ in contrasto con il mio disco precedente che analizzava dei temi un po’ più particolari, sicuramente impegnativi. Voleva essere un’esaltazione della positività e del concetto di calma e soprattutto di serenità. Ho scelto di utilizzare la numerazione anche per l’identità a livello internazionale. Esistono infatti tanti dischi con dei numeri nel titolo. Penso ad esempio a quello di Kaytranada. Più in generale, mi sembrava una cosa figa mettere il numero. Letto in italiano, 1000 Smiles, può essere un gioco di parole molto divertente e richiamare Miles Davis, che è comunque un’icona del jazz, però al contempo può essere letto in inglese”.
La collaborazione con Johnny Marsiglia sembra evidenziare la tua ricerca di commistioni…
“Sì, anche se in realtà ci tenevo ad inserire un feat rap venendo dall’hip hop. Io continuo a produrre per i rapper e la cultura hip hop è quella che mi ha avvicinato anche al jazz e mi ha fatto scoprire tanti musicisti. Io vengo da lì ed è una cosa che non posso non includere in ogni dischi. Magari i dischi precedenti erano ancora più marcatamente hip hop, mentre qui sono arrivato ad un feat in rap con Johnny, che oltre ad essere uno degli autori migliori che abbiamo, è anche un mio caro amico. Diciamo che dal pensarlo a farlo è stato molto naturale. E’ una cosa che sento mia. Il mio progetto, in realtà, è molto più hip hop di quanto si pensi e forse molto meno jazz di quanto possa essere percepito. Sicuramente è un bel connubio tra i due generi musicali”.
Svelaci qualche dettaglio in più di 2:30am…
“Avevo già questa composizione, per cui quando ci siamo visti con Johnny nel mio vecchio studio gli ho fatto sentire un po’ di tracce partendo proprio da questa perché sapevo già che gli sarebbe andata a genio, ed infatti mi ha proposto di fare qualcosa proprio sulla prima che aveva ascoltato. Da lì poi è nato il brano, ma con molta semplicità perché, come detto, Johnny è anche un mio caro amico, una persona con cui che sento spesso e con cui mi confronto tanto anche sulla vita”.
Uno dei pezzi si chiama “Città del Sole”, qual è la città del sole per te?
“È la mia città, Reggio Calabria. Il titolo però, è anche un po’ ispirato al libro di Tommaso Campanella, un filosofo storico calabrese, che parla di una sua città un po’ utopistica forse. Inoltre credo si sposasse bene con il suo da dancefloor jazz”.
A proposito di filosofia, ritieni ce ne sia bisogno in un momento storico tanto turbolento come quello che stiamo vivendo?
“Diciamo che il pensiero deve necessariamente portare all’azione, quindi io credo ci voglia più azione. In ogni caso penso si debba dar tempo alla gente di pensare, di sviluppare un pensiero personale non influenzato da pareri esterni capace di portare ad un’azione concreta”.
In ultimo, come mai hai scelto Santorini per la copertina?
“Quando ho parlato con Enrico Dalla Vecchia, che è appunto l’art director, fotografo e videografico di tutto l’album, ho selezionato prima che una location, una palette di colori che volevo seguisse un po’ quella del disco precedente, ma comunicasse al contempo molta più luminosità. Siamo dunque partiti dal bianco delle case cicladiche, e da lì è venuta quasi istantaneamente l’idea di un posto tra Santorini o la Puglia. Alla fine abbiamo scelto la prima per evidenziare lo stato di calma e di positività. Siamo stati anche fortunati perché siamo andati in inverno e non c’era nessuno. Eravamo praticamente gli unici sull’isola e quindi abbiamo avuto tutto il tempo per sperimentare con la luce, fare delle prove con delle foto da molto lontano, giocare un po’ anche con i colori. Quindi la scelta è stata dettata prima dalla necessità di avere una determinata palette e in secondo luogo dal tipo di posto, dalle sue geometrie”.
Intervista a cura di Chiara Rainis!


