Saint Miguel Cartel nasce da un’amicizia lunga una vita e da una passione condivisa per la musica. Yuriy Shcherbanyuk, noto come Ystrday, Sabatino De Rita, noto come Batos, e Mirko Pennetti, noto come Mik-P, sono cresciuti insieme nei piccoli paesi di Petruro e Contrada, luoghi uniti da storie, sogni e battaglie quotidiane e oggi vi presentiamo la nostra chiacchierata!
Saint Miguel Cartel nasce da un’amicizia vera prima ancora che dalla musica: quanto ha inciso questo legame umano nel vostro modo di creare?
Ha inciso su tutto, perché per noi la musica non è un prodotto nato a tavolino, ma il prolungamento naturale della nostra vita. Siamo cresciuti insieme a Petruro e Contrada, condividendo le stesse strade, le stesse battaglie e gli stessi sogni fin da ragazzini. Quando entriamo in studio con Ystrday, Batos, Mik-P e Unkle Pit, non dobbiamo spiegarci nulla: ci capiamo al primo sguardo. Questo legame umano ci permette di essere totalmente sinceri e crudi nei pezzi. Non c’è competizione interna, c’è solo la voglia di spingere il fratello a dare il massimo per il bene del Cartello. La nostra musica ha questo peso specifico perché poggia su fondamenta che non si possono comprare: la lealtà e una vita vissuta insieme.
Il vostro nome è fortemente legato al territorio e alla spiritualità: cosa rappresenta oggi “Saint Miguel” per voi, oltre al riferimento religioso?
Per noi “Saint Miguel” è un simbolo di protezione, appartenenza e rivalsa. Crescere sotto il monte Faliesi e respirare tradizioni forti – come il pellegrinaggio dell’8 maggio per San Michele Arcangelo – ti plasma dentro, che tu sia religioso o meno. Oggi Saint Miguel rappresenta la nostra fortezza, le nostre radici che non dimentichiamo mai, ovunque la musica ci porti. Il termine “Cartel” definisce l’unione indissolubile del nostro legame, mentre “Saint Miguel” è il fuoco sacro che ci guida, la forza spirituale necessaria per superare i momenti bui della strada e trasformarli in arte. È il nostro marchio di fabbrica, la nostra identità.
In The World Is SMC convivono sonorità molto diverse: come riuscite a mantenere un’identità forte pur sperimentando così tanto?
L’identità non la fa il genere di beat su cui rappi, la fa l’anima che ci metti dentro. In The World Is SMC abbiamo voluto abbattere ogni barriera e sperimentare, perché ognuno di noi (Ystrday, Batos, Mik-P, Unkle Pit) ha influenze diverse e background unici che si fondono naturalmente. Che si tratti di un pezzo più street, di sonorità moderne o di atmosfere più introspettive, il filo conduttore resta la nostra verità, il nostro modo di incastrare le rime e la coerenza del nostro messaggio. Siamo camaleontici nei suoni, ma granitici nell’attitudine.
Il disco sembra un vero e proprio viaggio: c’è una traccia che considerereste il cuore del progetto?
È difficile sceglierne una sola, proprio perché l’album è stato concepito come un viaggio cinematografico dove ogni traccia rappresenta una tappa fondamentale. Tuttavia, se dobbiamo trovare il cuore pulsante del progetto, è in quei brani dove l’alchimia tra tutti i membri del gruppo e la nostra evoluzione sonora si fondono perfettamente. Tracce che racchiudono il contrasto tra l’asfalto e l’ambizione, tra il dialetto e una visione internazionale. È la sintesi perfetta di dove siamo partiti e di dove stiamo andando.
Nei vostri testi si intrecciano strada, ambizione e fede: è qualcosa che nasce spontaneamente o è una scelta narrativa precisa?
Nasce in modo totalmente spontaneo, perché è la realtà della nostra vita. Non ci sediamo a tavolino dicendo “oggi parliamo di fede o di strada”. Chi vive la realtà della provincia e dei quartieri sa che queste tre componenti convivono ogni giorno. La strada ti mette davanti a delle prove, l’ambizione è la fame che ti spinge ad andartene e a volere di più, e la fede – intesa sia in senso spirituale che come fiducia cieca nei propri mezzi e nei propri fratelli – è l’unica cosa che ti tiene in piedi quando tutto sembra crollare. È la nostra tripletta esistenziale, la nostra verità impressa nei testi.
Avete lavorato con diversi producer: quanto è stato importante il confronto con realtà esterne per la crescita del vostro suono?
È stato fondamentale per fare un salto di qualità e aprirci a nuove sfumature. Il nostro nucleo creativo con Ystrday e Batos alla produzione è fortissimo e rappresenta la nostra spina dorsale, ma confrontarsi con l’orecchio e la visione di producer esterni ci ha permesso di uscire dalla comfort zone. Ci ha stimolato a scrivere in modo diverso, a strutturare i pezzi con dinamiche nuove e a dare a The World Is SMC un respiro internazionale, mantenendo però intatta la nostra matrice d’origine.
Dopo un periodo di rallentamento nelle uscite, cosa è cambiato oggi nella vostra mentalità e nel vostro approccio?
Quel rallentamento non è stato tempo perso, è stata incubazione. In quel periodo la scrittura non si è mai fermata e le sessioni in studio sono state costanti. Abbiamo riorganizzato le idee, focalizzato gli obiettivi e strutturato il progetto con una mentalità molto più manageriale e matura, anche grazie al supporto di Davide Bonavita e della B13 RECORDS. Oggi non siamo più solo dei ragazzi che si divertono in studio: siamo un collettivo consapevole della propria forza, con una visione aziendale definita, una formazione rinnovata con l’ingresso di Unkle Pit e una fame pazzesca. Siamo tornati per restare e per prenderci tutto.
Ogni membro del gruppo ha tracciato il proprio percorso solista: BATOS con ASCENSUS, MIK-P con FATUM, YSTRDAY con OPUS e UNKLE PIT con FATUM. Quanto queste identità individuali influenzano il lavoro collettivo e viceversa?
C’è un continuo e potente scambio di energia, una vera e propria linfa vitale per il Cartello. I nostri progetti solisti – che sia la visione di Batos in ASCENSUS, l’anima di Mik-P in FATUM, la direzione di Ystrday in OPUS o l’impatto di Unkle Pit sempre in FATUM – dimostrano che ognuno di noi è un artista completo, con un proprio immaginario, una propria urgenza espressiva e skill uniche. Il Saint Miguel Cartel non soffoca le individualità, anzi, le eleva. Quando lavoriamo da soli, esploriamo nuove sonorità, maturiamo esperienze e spingiamo i nostri limiti oltre la comfort zone. Poi, quando ci riuniamo in studio per il progetto collettivo, riversiamo tutto questo bagaglio e questa crescita personale all’interno del gruppo. Il risultato è che il suono del Cartello diventa incredibilmente ricco, sfaccettato e devastante, perché non è la somma di quattro rapper qualunque, ma l’unione di quattro universi solisti fortissimi che viaggiano verso la stessa direzione. La forza del singolo è la forza della squadra, e viceversa.
La copertina richiama le grandi crew hip hop anni ’90: quanto vi sentite eredi di quella cultura e quanto invece volete distaccarvene?
Quella cultura è la nostra scuola, la base su cui abbiamo costruito tutto. Il senso di unione, il concetto di crew intesa come famiglia, l’attitudine hardcore e il rispetto per il rap vero arrivano direttamente dagli anni ’90. In questo ci sentiamo assolutamente eredi di quella mentalità. Al tempo stesso, però, non siamo nostalgici arroccati nel passato. Vogliamo distaccarcene dal punto di vista musicale e d’innovazione: le nostre sonorità guardano al futuro, sono fresche, internazionali e al passo con i tempi. Il look and feel può ricordare la Golden Age, ma la musica è 2026.
“The World Is SMC” è un messaggio forte: cosa significa concretamente per chi vi ascolta entrare nel vostro mondo?
Significa fare un bagno di realtà e di rivalsa. Significa capire che non importa da dove parti – che sia un piccolo paese sotto una montagna o una grande metropoli – se hai un legame vero, del talento e la fame di arrivare, puoi conquistare il mondo. Entrare nel mondo dei Saint Miguel Cartel significa ascoltare storie vere, senza filtri, dove il fuoco sacro della passione brucia più forte di qualsiasi ostacolo. È un invito a non mollare e a prendersi il proprio spazio. Chi ci ascolta non sente solo delle tracce, entra a far parte del Cartello.