Che cos’è Hat Music, l’app pensata per l’industria della musica, che ha attirato gli investimenti del duo di dj italiano di fama internazionale Merk & Kremont.
L’abbiamo chiesto al fondatore, ecco cosa ci ha raccontato.
Ciao Emanuele, ti chiedo subito che cosa significa HAT?
Significa cappello in inglese. Il motivo di questo è perché il cappello è quell’elemento che nell’outfit non è essenziale, ma quando c’è fa la differenza. Noi vogliamo essere quella cosa lì, per l’artista in particolare.
Com’è nata l’idea di business? Sei un appassionato di musica o di tecnologia?
Di entrambe. Ho sempre fatto musica fin da quando ero piccolo, ho suonato il pianoforte, la tromba, la chitarra, ho anche suonato in diverse band e ho fatto pure il dj per un certo periodo. Sono sempre stato a contatto con l’industria e con chi facesse musica e di conseguenza ho potuto vedere anche i problemi dell’industria musicale.
Qual è il problema più diffuso?
La difficoltà nel riuscire a trovare le persone giuste per creare il proprio team. Dietro una canzone non c’è solo l’artista che vediamo, ci sono almeno una decina di persone che ci lavorano. Quando mi sono reso conto di questa difficoltà, ho provato a risolverla in maniera molto manuale, connettendo io le persone e vedevo che la cosa funzionava. Da lì poi è nata l’idea di creare un prodotto tecnologico per rendere più efficiente il processo, una piattaforma che consente alle due parti di trovarsi reciprocamente.
Hai notato un’asimmetria fra la domanda e l’offerta? Tra artisti e professionisti della musica?
I professionisti chiaramente sono meno, nel senso che un professionista può arrivare a servire anche dieci artisti contemporaneamente, ma c’è una forte ricerca da parte loro di nuovi talenti e sanno che si possono nascondere nella massa.
Quale sarebbe il valore aggiunto dell’applicazione rispetto, ad esempio, ad altre piattaforme social?
I social sono dispersivi, trovi di tutto, non ci sono dei filtri di ricerca, che permettono di targettizzare la tipologia di artista o di professionista. Su Hat Music invece trovi solo persone che lavorano nel mondo musicale. Poi abbiamo sviluppato un sistema di AI che abbina le persone; quindi, non solo hai a disposizione tutta questa serie di contatti, ma tramite una chatbot ti consigliamo quello che è più giusto per te.
Rispetto a quando siete partiti, c’è stata una crescita significativa?
Assolutamente sì, noi siamo partiti a gennaio 2025 e il prodotto è andato live ad aprile. Da quel momento sono iniziati ad arrivare i primi utenti e stiamo continuamente crescendo giorno dopo giorno, ad oggi siamo a 10.000 utenti, quindi è un grandissimo risultato, soprattutto perché questi utenti sono anche contenti. Ci sono decine di chiamate tutti i giorni che avvengono all’interno dell’applicazione e 9 su 10 hanno una recensione a 5 stelle.
Questo significa che il mercato non funziona così bene allora
Infatti, noi stiamo proprio creando questo per efficientare tutto quello che succede all’interno dell’industria discografica e per permettere quindi ad un artista di arrivare poi a un contratto con una label con un team che si è scelto. Ad oggi quello che è sempre successo è che l’artista viene scelto per lavorare con un team, Hat invece permette all’artista di scegliere con chi lavorare.
È uno strumento che può essere utile anche alle aziende?
Si! Grazie a tutti i dati che stiamo raccogliendo, proprio in termini di account che abbiamo nell’applicazione, noi riusciremo, parlo un po’ al futuro perché questa cosa ad oggi non c’è, ad aiutare le aziende nel loro lavoro. Le case discografiche continuano a riscontrare questo problema, cioè loro hanno un proprio network di professionisti, però uno magari non è disponibile, uno è già staffato su un altro progetto e quindi devono trovare dei professionisti freelance per pochi mesi per lavorare su un certo progetto. Grazie ad Hat Music tramite un canale fatto ad hoc, gli permetteremo di fare hiring direttamente sull’app.
Ci sono stati dei casi di successo di artisti che sono diventati famosi?
Si, abbiamo avuto due utenti che sono passati dalla nostra app e poi ce li siamo trovati uno a Sanremo Giovani di quest’anno, Amsi e l’altra invece, Mezzanera, è quella ragazza che ha vinto il contest di Milano Music Week 2025 e che adesso avrà un contatto discografico con Warner. Avevamo notato questi due, tra migliaia di utenti, perché erano tra quelli più attivi. Ovviamente non è che se non fossero passati da noi non avrebbero raggiunto quei risultati, però hanno usato anche Hat Music nel loro percorso, quindi, significa che gli è stato utile.
Guardando in avanti, ti sei fatto un’idea su quale potrebbe essere l’impatto dell’IA sul mercato in termini di profittabilità per gli artisti e quindi per voi?
Secondo me è abbastanza chiara la direzione, nel senso che diventerà sempre più facile fare musica e ci saranno molte più tracce che verranno pubblicate. Questo è proprio un dato di fatto. Oggi vengono pubblicate 180.000 tracce al giorno su Spotify, Daniel Eck, il fondatore di Spotify, dice che entro il 2030 arriveremo a un milione di tracce al giorno.
Ci sarà quindi ancora più gente che farà musica e si lancerà e per il nostro prodotto è un bene, perché vuol dire più artisti. Poi nasceranno tanti tool AI per creare musica che sicuramente cambieranno il modo di comporre, di conseguenza, per utilizzare questi tool gli artisti avranno bisogno di nuovi esperti; quindi, si creerà tutta una nuova dinamica di lavoro. Le persone però rimarranno centrali.
A cura di Giuditta Cignitti!


