“Infami” sembra un grido collettivo: è più uno sfogo o una presa di coscienza?
È entrambe le cose: è la voglia di mettere sul piatto la rabbia e la consapevolezza di quello che abbiamo intorno, di ciò che vediamo e di cui siamo, volenti o nolenti, attori protagonisti.
Hai citato “L’Odio”: che tipo di rabbia ti interessa raccontare oggi?
La rabbia scaturita dall’essere invisibili e abbandonati a se stessi; la sensazione di essere costantemente sostituibili in ogni ambito e relazione. Ci si sente trascurati dalle istituzioni e dalle autorità, ma allo stesso tempo costantemente osservati e puniti da queste, mai protetti. Tutto ciò porta alla necessità di doversela cavare da soli, in tutti i modi possibili. Così facendo, però, si indeboliscono i rapporti umani, alimentando un senso di instabilità e rabbia, proprio come nel film L’Odio, che trovo ancora tragicamente attuale.
Ketama126 e Side Baby: come hai scelto loro per questo brano?
Perché riescono a imprimere bene quello che si vive a Roma e a trasmettere, in senso più ampio, la crudità che volevamo far passare. Scrivono entrambi in modo diretto e vero; inoltre siamo tutti di Roma, viviamo situazioni simili e ci è sembrato giusto unirci anche per rappresentare al meglio la Capitale.
Lo-fi e hip-hop crudo: come trovi l’equilibrio tra due mondi così diversi?
Perché entrambi, alle radici, hanno “l’essenza”. Sono generi diretti, seppur per motivi diversi: il lo-fi lo è nelle sonorità, l’hip-hop nei temi.
In che modo Roma ha influenzato la struttura e il mood del pezzo?
In tutto: dallo speech iniziale al piano “eterno”, dalla drum essenziale al modo di rapparci sopra. Roma rappresenta la traccia e la traccia rappresenta Roma. Credo che ascoltandola si possano quasi sentire i sanpietrini sotto i piedi, vedere un vicolo o un tramonto, ma anche percepire lo smog e il Tevere che scorre, bellissimo ma spietato. Funzionano insieme perché entrambi incarnano bellezza e inquietudine.
Cosa ti fa decidere che una storia merita un “tappeto sonoro”?
Lo decido quando sento il “colpo nello stomaco”, quando avverto che le sole parole non bastano a esprimere appieno le sensazioni che un determinato argomento provoca.
Nel sistema che descrivi, il producer che ruolo gioca: testimone o artefice?
Forse si avvicina più al testimone, ma inteso come un “giornalista di guerra”. Penso che per esprimere certe cose a fondo si debba averle vissute o toccate con mano. Se non sei l’artefice dei fatti, devi almeno esserne stato testimone oculare sulla tua pelle per poterli trasportare su carta o in musica.
Cosa deve avere un brano per restare sincero e non diventare solo estetica?
Deve avere meno filtri possibile, nel bene e nel male. Deve risvegliare nelle persone quella verità che ognuno di noi ha dentro, ma che ogni giorno decidiamo di edulcorare. Come nei film, quando un brano ti tocca, ti rappresenta o addirittura ti infastidisce perché mette a nudo qualcosa che fa parte di te o che non vorresti vedere, ecco: lì significa che siamo nell’orbita della sincerità.

