CENERI, IL NUOVO EP TRA EMOZIONI ED ESPERIENZE! – INTERVISTA ESCLUSIVA

Ceneri

A novembre è uscito il suo ultimo EP “come ortiche nel cemento”, un lavoro che esplora il rapporto che Ceneri, friulana classe 2000, ha con la città, ma anche con la natura.

Passare da un paesino in provincia di Pordenone a una metropoli come Milano è il destino di tanti giovani talenti che inseguono un sogno.

Nella nostra intevista Ceneri ci ha parlato di Milano e dell’amore per la fotografia, della competizione che c’è nella scena, ma anche di Chiello e Sanremo e vita lenta.

 

Per rompere il ghiaccio, ci spieghi come nasce il tuo nome d’arte?

In realtà è molto più semplice di quello che sembra, perché è il mio nome più la prima lettera del cognome, letto al contrario. Mi chiamo Irene Ciol, quindi Irene C, Ceneri

 

Quindi la cenere non c’entra in niente?

Relativamente, prima è nato così, poi comunque mi piaceva l’immaginario della cenere come simbolo e ho deciso di tenerlo.

 

Il tuo ultimo EP si intitola “come ortiche nel cemento”, perché hai scelto proprio questa pianta e non un fiore ad esempio?

Volevo dare questo immaginario di unione tra l’urbano e la natura, che comunque è una delle tematiche principali dell’EP. Ho scelto le ortiche perché è uno dei titoli delle canzoni e poi sono una cosa che associo molto al posto in cui vengo. Quando giocavo da bambina ne trovavo sempre un po’ in giro.

 

In “ortiche” dici “Che cosa ci faccio in un posto che non ha bisogno di me?” riferendoti a Milano. Però, pensandoci, nella città tutti e nessuno sono indispensabili, è una tua sensazione?

Io vengo dalla campagna, non sono a Milano da molto tempo, mi sto ancora un po’ abituando alla città. Però vedo che è veramente frenetica, caotica e a volte ti senti quasi un po’ sopraffatto.  Alla fine, c’è tanta gente che fa quello che faccio io, magari c’è anche gente più brava di me, ti fa sentire sempre un po’ questo senso di inadeguatezza la città.

 

Per te la musica arriva dopo altre arti, so che ti interessi di fotografia e di immagini in generale, ti è mai capitato di immaginare una canzone a partire da una foto o al contrario fare delle foto partendo dalle canzoni?

Sì, mi capita molto spesso la prima cosa, cioè, partire dalle immagini e poi da lì scrivere la canzone. Lo faccio molto spesso perché mi aiuta a visualizzare prima le cose che vorrei dire e anche nella mia scrittura penso che esca un po’ fuori questa cosa. Mi piace molto avere una scrittura visuale.

 

Invece sempre parlando di ispirazione, quanto influisce il contesto, quindi la città e la campagna sulla composizione?

La città ti offre tantissimi stimoli, invece la campagna ti costringe a trovarli da solo dentro di te. È un ambiente molto più monotono, ma non in senso negativo. Da una parte sei costantemente iper-stimolato, mentre dall’altra devi fare più un lavoro interno, cambia in questo senso, nel fatto di cercare le cose fuori o dentro di te.

 

A Milano ti senti davvero “Dentro un’aria di plastica” come canti in “due lune”?

Il cambiamento da campagna a città è una cosa che si sente anche nei polmoni effettivamente. Da un momento all’altro ti trovi catapultato in qualcosa di completamente diverso. Una cosa che sento molto è il fatto che non trovo mai un momento di silenzio, non c’è mai un momento in cui tutto si ferma e si riposa un po’. A volte le cose sembrano quasi sforzate, un po’ finte. C’è bisogno di tornare alle cose più semplici per ricalibrarsi.

 

Pensi che possa creare degli squilibri questa frenesia?

Viviamo in una società in cui se non produci non sei abbastanza come persona; quindi, viviamo in una costante fretta di fare le cose in competizione gli uni con gli altri. Questo lo sento molto anche tra i miei amici e vedo che più sei in città più questa cosa aumenta, invece più sei fuori dal mondo, più riesci a staccarti da questa cosa e riconnetterti a una vita un po’ più lenta.

 

Senti questa competizione anche nell’ambiente musicale?

Mi sono trasferita a Milano perché per fare musica devi venire per forza qua, se non vuoi farti delle sfacchinate in treno ogni settimana, che è abbastanza faticoso. Il fatto di essere tutti qua, secondo me è una cosa positiva, però spesso diventa una cosa malsana. Avere tanti creativi vicini dovrebbe aiutarci a stimolarci a vicenda, confrontarci, invece spesso viene fuori l’elemento contrario, cioè la competizione. C’è molta paura che l’altro ti possa rubare il posto, possa fare una roba prima di te, possa essere meglio di te e ci si dimentica che alla fine siamo tutti qui per fare arte.

 

Personalmente ti ho conosciuto grazie alla collaborazione con Chiello, ci racconti come è nata?

È nata in maniera veramente spontanea e inaspettata, io non ero neanche in studio quando è successo. La canzone l’avevo già scritta tutta, esattamente così come è uscita. L’avevo anche già registrata, era pronta la demo, poi un giorno lui è andato in studio dal mio produttore che gliel’ha fatta sentire, così per fargli ascoltare un po’ di roba nuova e lui se n’è innamorato. Ha voluto cantare la seconda strofa ed è nato così il pezzo.

 

A febbraio, tra l’altro, lo vedremo al festival di Sanremo, è un percorso che prendi in considerazione per il futuro?

Ma sì, è una coronazione di un bel momento Sanremo. È sempre stato importante nella musica italiana e anche nella cultura italiana proprio, quindi assolutamente sì.

A cura di Giuditta Cignitti!

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